“Ragazzo” di Massimo Fini

Non è la storia di una vecchiaia, come vorrebbe far intendere il sottotitolo, che Massimo Fini ha voluto dare al suo ultimo libro.

Si tratta piuttosto della vivace e drammatica autobiografia di un ribelle, giornalista-scrittore, della generazione del sessantotto, un periodo che appartiene, com’egli riconosce, alla storia minuscola dell’Italia e dell’Europa occidentale.

Vivace la scrittura e l’indubitata intelligenza dell’autore, il quale però è afflitto dal  mal de vivre fin dalla nascita. 

I risultati del suo catastrofico pessimismo e del suo irremedibile cinismo sono evidenti in ogni pagina del pamphlet  agile, scorrevole, denso di episodi interessanti e percorso da un infantilismo un po’ narcisista, da una consapevolezza “dolorosamente innocente” dal punto di vista morale.  

Siamo estimatori di Fini per la sua opera di acuta e profonda divulgazione storico-filosofica non conformista e le sue prese di posizione  non politically correct, che ne fanno uno dei pochi esemplari  d’intellettuale libero e coraggioso del nostro tempo.

Il guaio è che la sua generazione (a cui appartiene anche Giampiero Mughini, geniale megalomane , incessante ricercatore del senso nascosto dei formidabili anni della contestazione dei figli di papà…)  non ha avuto esperienze di grande rilievo culturale e di costume, come quella dei padri.

La cesura nasce nel secondo dopoguerra e negli anni della democrazia ritrovata, e quasi immediatamente trasformata in partitocrazia, in quelli del consumismo di massa, dell’omologazione, della perdita dell’identità e di ogni gerarchia valoriale, un’età in cui trionfa l’etica del signorino soddisfatto, come chiamava Ortega y Gasset l’avvento al potere della folla indistinta ed informe, senza educazione né princìpi.

E’ l’epoca durante la quale si consolida il mito del guadagno ad ogni costo, del denaro come simbolo del successo e la progressiva secolarizzazione della società, insoddisfatta dei limiti imposti da una civiltà agro-pastorale,  radicata nella campagna o nel borgo e nei valori pre-industriali, scarsa di beni materiali, ma, tutto sommato, economicamente autosufficiente ed ancora legata con un filo sottile all’ethos classico, nonostante l’avanzare della rivoluzione capitalistica e della modernizzazione.

Ci sono ricordi memorabili in Massimo Fini,  espressi con la nostalgia, appena accennata, della propria famiglia e, soprattutto, s’intravedono i lasciti di  emozioni ed attitudini, convinzioni e scelte ideali, elaborati anche attraverso le vicende sociali cui hanno attinto i suoi genitori,  lasciando tracce profonde nel suo carattere.

  Il babbo, direttore di giornale, ha vissuto la tragedia della guerra e il dramma della palingenesi politica del fascismo e della resistenza.

E a lui, al figlio, quei grandi eventi con il carico di responsabilità individuale e d’insegnamenti elevati (all’onore, alle virtù civiche, al coraggio, alla coerenza e all’onestà intellettuale) sono invece stati negati per ragioni temporali.

Vive ed ha vissuto in un periodo di banale conformismo, di snobismi piccolo-borghesi, d’ipocrisia sociale, senz’aver avuto la possibilità eroica di un riscatto dal grigiore e dal tran tran quotidiano.

Ha avuto la fortuna di aver trascorso un’infanzia dorata, da cui è faticoso staccarsi: ne sono prova le iperboli che punteggiano il libro ed i giudizi impietosi e sommari distribuiti ad amici, amiche, personaggi noti e meno noti, con la stizza di chi, stancatosi del giocattolo divenuto noioso, vuole farlo a pezzi per vedere cosa c’è dentro (ma  non si nasconde alcunché d’interessante all’interno di esso).

Al termine della lettura, lascia disperati  il suo accanirsi contro la vecchiaia e verso la vita che scorre inevitabilmente, travolgendo tutti in un mare oscuro, nel nulla ineluttabile.

Dispera la sua disperazione così netta ed inflessibile, senza il soffio di una fede, neppure alimentata dall’ansia del mistero della morte e di un possibile  assoluto.

Fini è nato ateo.

Forse è un pagano a cui è rifiutata la visione dei Campi Elisi,  popolati da divinità ed eroi, un paesaggio incantato a cui accede solo l’anima immortale.

Non ha nessun dubbio.

La sacralità della vita, il senso religioso non trovano spazio nel suo patrimonio spirituale.

Colpa del sessantotto, oseremmo dire, con i suoi lumi riflessi di materialismo storico e determinismo meccanicistico, che fanno  tabula rasa di qualsiasi sentimento trascendente e, perfino, dello spirito di ricerca del vero, del bello e del buono, del più sottile e problematico agnosticismo.

La sua critica al mondo è senz’appello: meglio sarebbe non essere mai nati.

Nonostante questi limiti e le stigmate di una generazione incolpevolmente orfana di elevato sentire, per la quale  il sesso, il denaro, la psicanalisi e la sociologia costituiscono tutto l’universo, il nostro autore mantiene un nobile distacco dalle viltà contemporanee e si fa apprezzare per le sue qualità d’altri tempi: la sincerità sfontata, il desiderio di libertà, il senso della giustizia, la ricerca della verità effettuale.

Alle conclusioni negative cui perviene, vorremmo non fosse mai arrivato.

A nostro conforto, per bilanciare il disappunto dello scacco, rimangono le figure di vecchi fusti, malfermi in salute e con mille acciacchi, ma avvolti nella splendida luce di saggezza, spiritualità, ostinatezza ed amore, nell’affrontare i giorni e le stagioni che passano.

Uomini, donne comuni e personaggi pubblici, individui anonimi e celebrità nei più svariati campi, i quali mantengono, nonostante tutto, il piglio dell’adolescenza.

Che avrebbe detto Marguerite Yourcenar delle tesi nichiliste del libro?

Lei, amante del mondo classico, dal raffinatissimo  senso estetico, dalla chiara ragione  e dalla curiosità inesauribile, non credente, ma con l’anima permeata dal sacro: ineguagliabile femme savante volle vivere fino in fondo la propria unica esistenza ( unica come quella di ognuno di noi) ad occhi aperti?       

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