La Sardegna è un continente

Pino Arlacchi, professore di sociologia presso l’Università di Sassari, ha dato recentemente alle stampe un libro interessante, che raccoglie i risultati di studi e ricerche, condotti per lungo tempo sul campo e che si rivelano esemplari per la conoscenza della società sarda e dei suoi rapporti con  la tradizione, il costume, l’economia e la criminalità, mettendo in evidenza  e confermando quel che da molti è considerato l’aspetto fondamentale dell’isola, quello di caratterizzarsi come un piccolo continente.

Il volume reca  il titolo significativo “Perché non c’è la mafia in Sardegna” e costituisce una presa d’atto importante, per distinguere i connotati di una regione mediterranea, che pur avendo legami correnti e collegamenti saldi con il resto dell’Europa, mantiene un ruolo assolutamente originale riuscendo a coniugare le proprie  antichissime radici di eminente civiltà pastorale con il progresso, la modernità, la globalizzazione.

Conservare la propria identità culturale, la quale  affonda la sua storia nel mondo classico e deriva il proprio ethos direttamente da Omero e dalle repubbliche montanare di Braudel è già di per sé un  fatto notevole nell’età del globalismo.

Se poi si aggiunge che i fenomeni della delinquenza organizzata di tipo mafioso, nonostante i tentativi di colonizzazione, non hanno avuto mai la possibilità di realizzarsi in questa terra, a causa della persistente attitudine alla costante resistenza contro le dominazioni (secondo una tesi ampiamente accreditata sul piano storico-scientifico e segnatamente riaffermata dal noto archeologo Virgilio Lilliu, per il quale  ” i sardi, nella confusione etnica e culturale che li ha inondati per millenni, sono riemersi costantemente nella fedeltà alle origini autentiche e pure”), si  delinea un quadro di civiltà autoctona, che costituisce un’eccezione rimarchevole nel panorama generale, piuttosto deprimente, delle connessioni tra mafia, affari, politica, economia, che non hanno risparmiato neppure regioni ritenute apparentemente impermeabili a  tali infiltrazioni criminali, come per esempio la Val d’Aosta.

L’opera, fra  i vari pregi, presenta quello di contribuire a convalidare alcuni  esiti scientifici,  acquisiti in anni di sofferte fatiche intellettuali  da eccellenti studiosi come Antonio Pigliaru, incisivo filosofo del diritto e magistrale ricercatore dei tratti distintivi del cosiddetto pastoralismo (o il mondo del “noi pastori”, fondato, prima dello Stato ed in alternativa allo stesso, sul codice comportamentale barbaricino, un vero e proprio ordinamento giuridico, nato all’interno della Barbagia, sul quale  si è retta per secoli, ed in parte tuttora si regge la vita sociale, assicurando sistematicamente e tenacemente il rispetto della dignità della persona (l’onore) e della giustizia sostanziale (la vendetta biblica)  nella comunità sarda (al pari della celebrata Carta de logu, frutto della sapienza giuridica medievale , che ha informato di sé il costume isolano fino alle soglie dell’età moderna con notevoli influenze sulla elaborazione codicistica del nostro paese).  

L’osservatorio privilegiato dall’indagine sociologica dell’autore  è il tessuto di un’economia autosufficiente, basata sullo scambio non classista e la coesione fra i vari ceti, nel segno della generosità, del dono reciproco e della solidarietà, dove l’imprimatur capitalistico ha consentito l’evoluzione del sistema di produzione, senza determinare conflitti sociali.

La differenza tra la Sardegna e le regioni meridionali colpite dalla delinquenza organizzata (Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia) consiste soprattutto nella visione elementare, diremmo istintiva, del diritto da  parte della popolazione.

Il codice d’onore delle società segrete ( mafia, ‘ndrangheta, camorra, etc.) è volto principalmente al predominio e all’oppressione sul proprio simile, senz’alcun rapporto con i valori della giustizia.

L’ anarchia ordinata del codice barbaricino,  nasce viceversa dall’esigenza dell’autogiustizia e, come sottolinea egregiamente Arlacchi, “dall’irriducibilità  dei sardi alla subordinazione nei confronti della forza altrui“.      

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