Che pena Anno Zero!

Nell’ultima trasmissione di Michele Santoro è stata scritta una delle pagine più penose della televisione di Stato, destinata a svolgere un servizio pubblico, finanziato forzosamente col canone degli abbonati, i quali però non possono interferire minimamente sulle scelte dei programmi, i quali risultano pertanto imposti dal consiglio di amministrazione per ragioni esclusivamente ideologiche o di partito.

Ora, credo che a nessuno possa essere sfuggito il fatto che il presentatore miliardario di Anno Zero si sia allestito una centrale di propaganda comunista, grazie ad un’equipe di collaboratori tanto ideologizzata quanto ignorante, con alcuni apporti di personaggi discutibili dal punto di vista  morale e professionale, ma in grado di svolgere la funzione di agit-prop, per la grande causa della rivoluzione e della lotta di classe. In più qualche utile idiota si presta, una puntata sì e l’altra no, a fare il gioco del burattinaio rosso, rimanendo il più delle volte buscherato nella propria dgnità e credibilità.

Nella serata dedicata ad Enzo Biagi c’era d’aspettarsi la solita provocazione all’intelligenza e al buon gusto, ma si è voluto strafare, per eccesso di bile, di rabbia antropologicamente congenita nel compagno trinariciuto, indefesso portatore di malafede, menzogne, falsità, malcelati complessi d’inferiorità ed insopprimibile  carica di  violenza  nei confronti dell’avversario.

L‘homo marxianus è portatore sano di bestiale malvagità nei confronti di chi non è allineato, non pensa per schemi, non ha portato il cervello all’ammasso dell’ideologia dogmatica,  progressiva, onnipotente e salvifica di cui è fedele servitore a costo della vita (si fa per dire…) ed accresce la propria ferocia belluina, man mano che accumula ricchezza, ovviamente in modo parassitario, principalmente alle spalle del contribuente, servendosi di quelle sinecure, solitamente accordate a chi ha la fortuna di avere in tasca la tessera di un partito di regime, che  consente di attingere a piene mani dalla munificenza di qualche inutile ente pubblico,  segnatamente da Mamma Rai, con la conseguenza di maturare, per il denaro mal guadagnato,  un acuto senso di colpa nei riguardi dei ceti deboli, al cui riscatto egli è paradigmaticamente preposto almeno a parole, convinto, da buon dritto,  di poterla dare a bere al prossimo, salvando le apparenze.

La grande serata funebre, è stata un oltraggio prima di tutto per il grande giornalista scomparso, squinzagliando ai funerali i baffi da tricheco del fedele scudiero intervistatore, il quale in un attacco di monomania antiberlusconiana, chiedeva, a destra e a manca, tra i politici al seguito del feretro, che cosa volessero fare per risolvere il problema dei problemi del nostro paese, il conflitto d’interessi del capo dell’opposizione con le proprie televisioni. 

Colti di sorpresa, i tapini parlamentari farfugliavano risposte senza senso, con lo sguardo attonito per la miserevole spudoratezza dell’inviato di Santoro, per il quale evidentemente il cordoglio per la dipartita di Biagi  ed un minimo di rispetto per la forma erano semplici optional.

In studio,  regnava un’aria semi-goliardica, con Travaglio, intento a tirar fuori  dal suo vecchio repertorio battutine banalissime sui collaboratori mafiosi dell’ex presidente del consiglio e le smorfie grottesche della Guzzanti, tesa ad imitare se stessa, con un viso appesantito da un trucco degno della buonanima di Wanda Osiris, la quale, a commento dell’intervento dell’ingenuo cardinal Tonini, contestava la scelta intollerabile   della Chiesa cattolica di beatificare i martiri dei massacri della guerra civile spagnola, in quanto aderenti (magari post mortem!) alla dittatura franchista.

A   nulla serviva la presenza vaniloquente della parlamentare europea Gruber, che ricordava le lotte condotte all’interno della Rai per la vittoria della libertà di opinione, non si sa bene contro quali censure, considerato l’assetto bulgaro, pressochè costante dell’ente, così ben rappresentato proprio dall’ex conduttrice del TG2  e da un impacciatissimo Mentana, il quale, sistemato sul proscenio come un birillo, per evitare di essere colpito  dalle palle di bowiling degli interlocutori schierati a commemorare le vittime del centrodestra falciate con cinismo alla radiotelevisione, negli anni del governo Berlusconi, non trovava di meglio che cantare le gesta dei maestri di giornalismo, alla cui saggezza e competenza si era abbeverato, fin dalla più tenera età, alla televisione pubblica, guardandosi bene dal rammentare le lottizzazioni dei partiti della prima repubblica, nel segno dell’immarcescibile compromesso tra Dc, Pci, Psi e la révanche presente, sotto la direzione dell’inamovibile Petruccioli.

Con un pizzico di protervia, avrebbe potuto anche chiedere dove sta scritto che la compagine che guida quel carrozzone politico-clientelare debba essere per diritto divino trasmessa da padri e figli della cosa rossa e debbano essere profumatamente pagati, senza merito alcuno, a spese dei cittadini.

Si è trattato, in definitiva, di uno spettacolino penoso, ma anche di una pagina di vergogna per chi non fa parte del popolo di beoti.  

 

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