Un guru moderno ed improbabile

Siamo troppo scettici per credere che la psicanalisi e la sociologia possano sostituire la filosofia e la religione antiche. Ora, se c’è una credulità popolare, alquanto semplicistica e pericolosa per la salute mentale e fisica dei contemporanei,  da contrastare con intelligenza e buon senso, ricorrendo magari al proprio innato spirito di sopravvivenza, è quella indotta non solo da imbonitori, maghi e fattucchiere, facilmente ricoscibile nel tragico marasma quotidiano e nella confusione delle lingue  mass-mediatiche,  ma, soprattutto, quella più perniciosa e sottile prodotta  dai  moderni guru, tanto supponenti quanto improbabili.


Ci riferiamo agli autorefenziali giornalisti – scrittori, pensatori, psicoterapeuti, epistemologi, scientisti e tuttologi progressivi, nati e cresciuti all’ombra  di Freud e Darwin, troppo esperti  nell’arte di  affastellare concetti ed idee,  raccattati alla bell’ e meglio tra i cascami  dell’illuminismo e del positivismo, censori inflessibili di quanto non sia riconducibile alla  modernità e ai  dogmi evoluzionisti,  pavloviani coatti e totalizzanti.

Tra questi nuovi e un po’ grotteschi sacerdoti del vacuo e dell’effimero, imbrigliati negli schemi fragili e traballanti del freudismo, elaborati ad uso e consumo del pensiero debole e della società di massa,  si distingue un maitre à penser un po’ buffo e un po’ preoccupante, che dottoreggia dalle colonne delle riviste femminili, alla radio e alla televisione, come  punto di riferimento degl’incolti di ogni razza, desiderosi di abbeverarsi alla fonte della verità rivelata  e  che risponde al nome di Umberto Galimberti, docente di non so più quale disciplina avanzata ed inconcludente (parlare di filosofia tra i contemporanei, è francamente esagerato!) presso qualche facoltà inutile della nostra inutile Università.

Costui imperversa ormai senza controllo dagli schermi della TV generalista, per impartire i propri saggi ed indecifrabili insegnamenti a chiunque sia disposto a contrabbandare per felice intuizione una banalità ben confezionata.

L’ultima trovata è saltata fuori a proposito degl’infanticidi, sempre più frequenti tra le madri del nostro tempo, sembra più di quanto non fosse in passato.

Queste donne sventurate, ricoverate spesso, a scontare le proprie nefandezze, presso i vecchi manicomi criminali o case di cura rieducatrici devono essere riconsiderate nella loro deviata personalità e definite ormai del tutto normali.

Non solo perché, come pure si sta affermando nell’analisi del fenomeno, gli assassinii di bimbi stanno diventando tanto frequenti, da far temere che siano un problema, non tanto individuale, quanto sociale. Ma, specialmente sulla scorta di un criterio neoscientista esposto con pacatezza e convinzione dal neofilosofo Galimberti: la doppia soggettività degli esseri umani, in particolare di natura femminile.

 Le donne infatti hanno, da una parte, l’istinto materno e, dall’altra, un istinto funzionale alla specie d’appartenenza, lati opposti che compongono, in egual misura, la loro personalità.

In ragione di tale ambivalenza, non c’è da stupirsi se, accanto all’amore per i figli, si colloca la volontà omicida di disfarsi della prole.

Non c’è né da stupirsi, né da pensare più ad un’anomalia della psiche. Tanto da dover evitare di parlare di raptus a proposito delle uccisioni dei neonati o no.

Il raptus non esiste! Sentenzia l’Umberto.

 E allora? Qual  è la spiegazione dei delitti commessi dalle madri?

 Non è la depressione, ma la condizione  sociale e familiare, in cui la donna si trova a vivere e alla quale, ovviamente, non è estranea una componente di tipo maschilista, dovuta cioè alla trascuratezza, all’insensibilità, al menefreghismo dei mariti.

Una volta si pensava che una moglie trascurata potesse incarnarsi in madame Bovary

e  avesse il diritto, nell’evolversi dei costumi,  di farsi qualche amante, ma oggi  può fare di più, mettendo a nudo  il secondo aspetto di se stessa:  strangolando, affogando, soffocando o colpendo alla testa il frutto del proprio seno, senza colpa o quasi…

Permetteteci di non credere ad una parola del Professore e di ritenere aria fritta quello che la sua facondia gli fa dire, mietendo consensi tra il pubblico meno avvertito e più abbiente (quello per interci afflitto da complessi d’inferiorità di fronte al nuovo che avanza e quindi più disposto a bersi le scoperte del libero ed indisciplinato pensiero).

Preferiamo riferirci al dramma antico di Medea, e alla medicina ufficiale, con tutte le riserve del caso, piuttosto che ai complessi di Edipo e alle elucubrazioni pseudo-biologiche degli intellettuali

da rotocalco.

Certamente le nevrosi aumentano con il progredire della civilizzazione e l’aggressività è un dato acquisto dall’etologia, ma ciò non significa che qualsiasi interpretazione riduttiva e quantistica della natura, possa avere spazio, per creare infondati giustificazionismi ed alibi fasulli e criminogeni sulla scorta di un sessantottismo elevato ad ordine morale.

 Abbiamo troppo rispetto per la figura femminile e per  l’immagine materna, per ridurre tutto ad una categoria  sociologica, che tende ad attribuire  ad un ente astratto, come la società (immaginata e non concreta),  gli errori  ed i delitti di mamme, in molti casi, moralmente non educate e culturalmente  impreparate, al proprio compito complesso e delicato, il più delle volte affrontato superficialmente, secondo i dettami di modelli legati al finto benessere e alla facile edulcorata esistenza dei reality.

Per non essere dei cattivi maestri, i nostri moderni ed improbabili guru farebbero bene, pertanto, a studiare di più le cause di certi tristi avvenimenti e ad approfondire meglio la realtà, al di fuori di  schematismi ideologici e di sintesi affrettate tra discipline diverse ed inconciliabili.

Una malattia è una malattia, un delitto è un delitto.


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