Un Natale di sangue

Uno psicopatico ha massacrato un’ancor giovane donna a Castelfranco Veneto.

Un delitto efferato.

L’uomo, ritenuto malato di mente, lavorava come falegname ed era entrato in contatto con la vittima tramite una chat.

Che cosa possa aver indotto la figlia di un notaio benestante a frequentare in web un tale individuo non lo possiamo sapere con certezza.

Ma non è il solo interrogativo che rimane in testa dopo aver ascoltato le notizie del telegiornale.

Uno fra tutti rimane inquietante.

I carabinieri affermano di aver localizzato il luogo del sequestro ed il locale dov’ era tenuta la prigioniera, ma non sono intervenuti, per timore di peggiorare la situazione, limitandosi, quindi, a seguire il rapitore per giorni e giorni.

Sono passate circa un paio di settimane dall’annuncio della scomparsa, senza nessun indizio particolarmente utile per non ritenerla in pericolo di vita.

Come si fa a ritenere che si potesse trattare di una fuga sentimentale tra due adulti conosciutisi chattando?

Tutto può essere, ma gl’investigatori, una volta stabilita l’identità dell’uomo ed identificata la sua abitazione, non avevano altre possibilità per tutelare l’integrità della sequestrata?

Pare impossibile che con tutti gli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione degli apparati dello stato, la situazione sia sfuggita di mano in modo così raccapricciante: la morte, infatti, risale a pochi giorni dopo il rapimento.

Paradossale e tragico che, alla vigilia del Natale, un falegname, come Giuseppe di Nazareth, possa aver imbrattato di sangue il ricordo della nascita del Salvatore.

Assurdo constatare come, tramite la telematica, si possa irretire ed uccidere, ma non ci si possa difendere dal male, prevenirlo e sconfiggerlo.

Eppure essa non ha, in se stessa, niente di perverso e malvagio.

O è vero il contrario?  

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