L’albero, il presepe, babbo natale

Una risposta all’articolo di Magris da parte di Marco Cavallotti di Legno Storto, che serve ad aprire il confronto tra il Natale ed il consumismo. 

 Caro Claudio, se avrai occasione di leggere questa nota, è probabile che non vi ritrovi nulla che appaia connesso in modo chiaro al tuo articolo apparso ieri sul Corriere, piaciuto a molti nostri lettori. Probabilmente il senso più profondo e la sostanza del tuo messaggio non era nemmeno quello che io vi ho voluto leggere. Eppure, il tuo assunto principale, subito cautelativamente protetto da un cenno alla imminente «offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all’infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare – l’immagine e il termine stesso di Babbo Natale», mi ha stupito e mi ha portato a pensare a come doveva essere il mondo prima della rivoluzione liberale, prima dell’Illuminismo, prima che prevalesse, pur fra incertezze e cadute, il principio di libertà di pensiero e di opinione.
«Se ne avessi il potere, proibirei per legge» Babbo Natale. Questo l’assunto. Affiorano da questa frase sentori di “vero” ufficiale, di “autentico” da imporre con il libro e la spada, che – pur espressi con cultura e coscienza ben diversa – possono essere accomunati alla intolleranza dell’islamismo radicale, o se vogliamo alle fasi più espansive ed aggressive di ogni religione rivelata – come tu mi insegni, anche Carlo Magno portò con la spada il cristianesimo fra i Sassoni.
«Proibirei per legge»: tanto più che l’albero che ci ritroviamo a Natale in fondo era al centro dei culti germanici, nordici e precristiani, e che Babbo Natale, viaggiando su una slitta, deve ben essere familiare con questo culto ancestrale del Nord.
Se poi aggiungiamo che Babbo Natale è il personaggio più spesso presente nelle orge consumistiche e nelle campagne acquisti natalizie, ed è particolarmente caro alla cultura anglosassone – ossia, tout court, americana – ecco allora che il cerchio si chiude, un certo antiamericanismo “de sinistra” si può sposare a un cattolico anticonsumismo “a prescindere”, e la volontà più che legittima di difenderci da troppo incongrui, acritici e subitanei imbastardimenti culturali e religiosi corona il tutto nell’aura del politically correct. Ma se si sente il bisogno di intervenire su una questione “interna” al nostro mondo, come lo è la scelta fra babbo Natale e Gesù Bambino, «per legge» – lascia che per farmi capire riprenda una espressione che probabilmente tu non hai voluto usare in senso stretto – , non oso immaginare con quale spirito dovremmo confrontarci con il resto del mondo.
Il Presepio – io ho avuto nell’infanzia la fortuna di conoscere il profumo dell’abete luminoso di candeline, mandarini e caramelle in casa mia, e quello più dolce del muschio che copriva la collina abitata dai pastori con le pecorelle e la grotta della Natività in casa di miei nonni – lo conosco e lo amo, ne ammiro le versioni artistiche, lo spirito magnificamente scenografico, i personaggi maggiori e quelli minori, fino al suonatore di ciaramella e alla donnina con la brocca dell’acqua sul capo. Ma non me ne sfugge il significato simbolico e perfino quello precristiano – quasi tutte le feste cristiane sono molto antiche e hanno antecedenti…–, che viene assai prima per il grosso pubblico di quello religioso e dottrinale. E proprio per questo quell’albero, che a Nord significa per i bambini e per i grandi festa e doni in un clima di auspicata bontà, ha esattamente lo stesso significato che attribuiamo più a Sud al Presepio. Entrambi ci inducono a stare insieme ed a proporci di essere migliori, ma entrambi possono costituire l’occasione per una campagna di acquisti spropositata, per regali senza senso: insomma, per un comportamento consumistico. Perché il consumismo vive benissimo accanto al Presepio, come accanto a Babbo Natale.
Certo, nel Presepio c’è un molto più evidente riferimento alla dimensione religiosa e cristiana: ma la storia e la tradizione hanno anch’esse un loro peso, come tu stesso giustamente rilevi quasi per cautelarti.
E poi, perché prendersela tanto con il consumo? Questa guerra un po’ moralistica sarebbe meglio orientata se diretta verso la nostra incapacità di dar valore alle cose che valgono veramente per ciascuno di noi. Ma anche qui, temo, non si può intervenire per legge, e non può essere nessuno a decidere per noi.
Perché, infine, prendersela con l’ottimismo? A noi vecchi Europei, e soprattutto a noi Italiani, avvezzi a guardare il mondo con cinismo, l’ottimismo pare una fase ingenua, un po’ goffa e giovanile dell’esistenza umana. Tanto più che da decenni siamo stati abituati a ritenere che i nostri miglioramenti, la nostra crescita, la nostra stessa felicità dipendano sostanzialmente da altri, dalla “società” o dal “padrone”, ai quali ci siamo abituati a chiedere tutto e che abbiamo imparato a servire e ad odiare come servi. Ma in fondo, lo sai bene anche tu, l’ottimismo è la prima forza di un popolo. E l’ottimismo non si impone, lo si lascia crescere consentendo a ciascuno di cercare la propria felicità a modo suo.
Buon Natale a te, ai tuoi cari ed alla tua bella Trieste, che Gesù Bambino e Babbo Natale diano a tutti noi il modo di essere più ottimisti. Ne abbiamo bisogno.

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2 commenti su “L’albero, il presepe, babbo natale”


  1. […] Ussaro’s Weblog Just another WordPress.com weblog « L’albero, il presepe, babbo natale […]

  2. ussaro Says:

    E’ il secondo articolo che, in occasione delle festività natalizie, affronta il tema dei simboli del sacro e del consumismo. Una discussione quanto mai opportuna in una società come quella occidentale che appare sempre più secolarizzata.

    E’ possibile riacquistare il senso del dono e non rendersi schiavi del consumo?


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