Archeologi veri o presunti?

“NURAGICI E BALENTES”

Il Prof Carlo Maxia è un noto studioso di archeologia, dotato di appeal e sense of humour.
Potreste tranquillamente definirlo un esemplare dell’etnia anglo-sarda-araba, una rara specie dedita alla ricerca ed allo stesso tempo attenta al mondo concreto: personaggi che vedono il mondo con gli occhi dinsincantati degli intellettuali, ed ancor più la storia come inesauribile avvicendarsi di poco epiche costumanze.


Tant’è che nei suoi saggi acuti per interpretazione dei fatti e brillanti per il tono divertito con cui elabora le proprie teorie, il professore non esita ad andare controcorrente ed a lanciare le proprie frecce intrise di caustico pessimismo contro le teorie dominanti anche in campo scientifico.


Ora mi è capitato di leggere un lungo articolo(*) frutto dei suoi studi sulla religiosità dei nuragici, con il quale fa piazza pulita dei luoghi comuni, che trovano tuttora largo riscontro in una certa idea del popolo sardo e della terra antica a forma di sandalo.

Non esiterò a tornare sull’argomento se sarà il caso.

Però contro la balentìa ancora imperante nell’isola, come categoria culturale ed etica, il docente non è d’accordo e si vede lontano un miglio.


I protosardi non solo erano piccoli di statura, ma furono conquistati in un batter di ciglio dai cartaginesi, divenendo loro schiavi o, nella migliore delle ipotesi, loro piccoli mercenari.

Secondo lui, poi, il riso sardonico non aveva nulla di profondo, come qualcuno tentò di dire: era semplicemente dovuto all’uso di una sostanza psicotropa, che rendeva intontiti e produceva le smorfie rappresentate dalle maschere antiche ( e qui il Prof. Maxia cita un altro sardo colto e spiritoso come il Prof. Gessa).

Infine, questi nuragici non facevano bronzetti, perché troppo poveri (avevano lo stagno, ma non il rame), né s’interessavano a guerre o scorribande tali da impensierire i conquistatori che si succedettero nell’isola.

L’unico vanto che ad essi può esser concesso è che fossero religiosi e molto devoti agli antenati ed al dio Sole (!), non tanto al Sardus Pater ad altre divinità di stampo classico od ellenistico, come la fantasia di altri scrittori ha fatto propendere a credere.

Sacrificavano col sangue del toro sulle migliaia di are sacrificali sparse un po’ ovunque in Sardegna, venerando l’acqua (i famosi “pozzi sacri” derivano da quest’attitudine) ed i pascoli per le greggi.

Se qualche assonanza può rintracciarsi con altrettanto antiche popolazioni, esse vanno rintracciate non con i celti e gl’ indoeuropei, ma con alcune tribù africane….., peraltro non cannibaliste, ci pare di capire.

Bene.

Il testo da cui ho tratto queste asserzioni, più o meno colorite, risale agli anni settanta. In esso si criticano ancora le amministrazioni pubbliche cagliaritane per il disordine imperante in città.

Oggi mi pare che qualche progresso ci sia stato, fino a definire Cagliari, nonostante i tempi, una delle più belle, pulite ed ordinate città del mediterraneo.

Ignoro per il momento se analoghi passi avanti nella ricerca archeologica e negli studi etnologici siano stati fatti, per non deprimere troppo i cultori di Shardana, nonché i balentes di ieri e di oggi.

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(*)Carlo Maxia, Religiosità dei nuragici ed are sacrificali, Rendiconti del Seminario di Scienze dell’Università di Cagliari, fasc. 3\4 1974.

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