L’Hussard Bleu

Roger Nimier, intellettuale antagonista, artista neoromantico, allievo e poi consulente editoriale di Céline, muore giovanissimo – appena trentasettenne – nel 1962, schiantandosi con l’amata Aston Martin contro un parapetto. Aveva pubblicato diversi romanzi e un saggio dedicato a Bernanos, dichiarato simpatie monarchiche e osteggiato Sartre e Camus, che lavorava nella stanza a fianco, da Gallimard. Aveva scritto sceneggiature (Ascensore per il patibolo di Malle, 1957) e pubblicato critica letteraria e teatrale. Le sue scelte politiche – non la sua estetica, né la sua opera – hanno condizionato la circolazione delle sue opere, post mortem: storia simile a quella di un altro grande letterato collaborazionista, Drieu La Rochelle. Storia che s’appresta a terminare, perché Le spade, sua opera prima (Gallimard, 1948), tradotta in Italia per la prima volta da Meridiano zero nel 2002, è il primo segno battuto dall’editoria nostrana a circa quarant’anni di distanza dalle pubblicazioni di Longanesi e delle Edizioni dell’Albero (cfr. postfazione di Raffaeli).
Si tratta di un romanzo breve, strutturato in due sezioni (“La congiura” e “Disordine”) suddivise rispettivamente in due capitoli e in diverse parti, non numerate. Io narrante è Franois Sanders, giovane ribelle e anarcoide, non insensibile al fascino del suicidio (narcisista), delle belle donne (più di tutte, l’unica che non può avere: la sorella Claude), delle patrie lettere (Corneille, Proust, Balzac) e dell’appartenenza alla parte sbagliata. Sente la suggestione degli sconfitti, ama appartenere agli odiati: vuole aggredire la nuova Francia, nata sulle ceneri dell’Europa massacrata dalla guerra, rifiuta logiche e approcci dei comunisti e non nasconde diffidenza antisemita. In questo senso è pienamente céliniano, senza – come altri hanno osservato – scivolare nei suoi accessi paranoidi.
Dovendo classificare l’opera, opterei per il genere del romanzo di formazione: dall’adolescenza sino alla giovinezza, attraverso vicissitudini sentimentali, belliche e politiche, meditazioni sullo spirito dei francesi, sulle negligenze dei vincitori, sulla necessità d’adorare il proibito amore.
Secondo i curatori:
“Immaginate Fabrizio Del Dongo insieme a Ferdinand Bardamu – scrive Eraldo Affinati – e avrete in pugno l’animo lacerato di Roger Nimier: la sfrontata alterigia del primo non verrà mai a patti con la disperata canaglieria del secondo, ma entrambi i personaggi concorderanno sempre sull’ipocrisia bellica”. Integra Massimo Raffaeli, nella postfazione: “Il dopoguerra, per lui, non sancisce alcuna liberazione ma dissimula, al contrario, la restaurazione dell’anteguerra. Le spade sono dunque scritte in un vicolo cieco e dell’esistenzialismo mantengono il solo nucleo intransitivo, autistico, la prova di sé allo stato puro, la refrattarietà, sadica come masochista, a ogni conciliazione con l’esistenza”.
Nimier dà del voi ai lettori. Ha una scrittura elegante, un approccio massimalista e caustico, una propensione autentica per l’antagonismo. A tutti i livelli. E un talento limpido per gli aforismi e i paradossi. Vado a campionarne qualcuno per dare un’idea della tecnica, del registro e del tono.
“La massima depravazione esige la massima moralità”. “Avevo orrore del genio e soprattutto di Dio che ritenevo il campione del mondo di divinità. Però adoravo gli angeli”; “Le rivoluzioni vogliono cambiare il mondo, ma il mondo per cambiare non aspetta”; “Amo quest’epoca disumana. Il gusto dell’infelicità non lega necessariamente con la tenerezza”; “Adoro le bilance, la loro precisione rigorosa. Ecco. Le cose si pesano, eternamente simili”; “Un suicidio, è il contrario della morte”; “Non si possono prendere per mano i personaggi dei quadri, la loro passeggiata è interiore. Vietato entrare nelle loro foreste” e via dicendo. È uno degli ultimi dandy; divertente e velenoso nel distacco esibito nei confronti dei circuiti dei benestanti (cfr. pagine su Cannes), e nel ribellismo ostentato. In questi aspetti, è decisamente fratello di Drieu.
Appartiene come Drieu alla borghesia, come Drieu dei borghesi si gioca.
Nimier è capace di descrizioni erotiche e sensuali; voyeur e innamorato della bellezza, adolescente divertito dal proibito, presto stanco e assuefatto dal lecito e dal consentito, sembra idolatrare la sorella per tenere vivo un tabù, per fomentare artificialmente un desiderio di qualcosa di impossibile, e quindi di eternamente seducente. Le immagini di lei nuda – al principio e a un passo dall’epilogo della vicenda – rubate o raccontate, sono un martirio delizioso, ideale viatico all’ultima battuta: una liberazione dalla chimera che non persuade. Uomo pieno di donne nell’accezione di Drieu, insoddisfatto della rinascita d’una nazione che sente condannata alla decadenza – Parigi in festa è intollerabile, per chi combatteva un’altra guerra per un’altra patria – è un omicida dei simboli del tempo nuovo. Né Meaulnes né Antoine, Franois Sanders brucia di rabbia, di amore, di ingiustizia: vellicando il fuoco fatuo. Né Dio né più patria, né famiglia: madre già ombra, padre colonnello freddo e distaccato, presto prigioniero dei tedeschi per la gioia dell’erede, e sorella trasformata in oggetto del desiderio. Non sembra destro, sembra modernissimo nel suo individualismo: politico, letterario, esistenziale.
Da rivalutare.

Lankelout.Eu, 24.8.2008

Gianfranco Franchi

L’anti-esistenzialista Nimier torna in libreria a 40 anni dalla morte.

A quarantanni dalla morte di Roger Nimier, critico, sceneggiatore cinematografico e animatore di una fronda che si opponeva al romanzo esistenzialista, la casa editrice padovana Meridiano zero ha pubblicato nella traduzione di Massimo Raffaeli la sua più celebre opera Le spade che nel 1948 ne ha sancito l’esordio. Lo scrittore è prematuramente scomparso all’età di 36 anni, lasciando sette opere considerate di grande rilievo.
Gli sono bastati 23 anni per spaccare a metà il mondo della cultura francese. Gli sono bastati 150 folli chilometri all’ora per morire nell’ingenua speranza di essere ricordato per quella sua vita sprezzante e spericolata, per quei romanzi fulminei come la sua Aston Martin lanciata a velocità cieca contro chissà chi e chissà cosa. 
Roger Nimier muore a 36 anni, quando uno scrittore inizia a trovare il suo spessore umano, quando la vita comincia a non essere più solo una battaglia, quando si dovrebbe intravedere una via di uscita nel labirinto delle disperazioni giovanili e riconciliarsi con i folli tentativi per un eroico suicidio. Si lascia morire invece, Roger Nimier, sfracellandosi contro il parapetto di un cavalcavia francese in una notte d’autunno del 1962.
Quarant’anni dopo, il bisogno categorico di un gesto eroico che rimanga nella mente e nel cuore dell’umanità appare rimosso, accantonato, reso goffo e ridicolo dall’assenza di memoria. Di Roger Nimier ne l’Italia ne l’Europa conserva un ricordo significativo, e nemmeno il ventre molle della Francia letteraria degna di un po’ d’attenzione questo scrittore beffardamente cinico e iconoclasta.
Eppure, appena sfiorato il traguardo dei vent’anni, Nimer è già autore acclamato, considerato il capofila di un gruppo di scrittori che non ne può più del romanzo esistenzialista, della pesantezza delle atmosfere sartiane, demolite con gioiosità da una scrittura disinvolta e aggressiva.
A Nimier basta un romanzo semi-autobiografico, festoso e cinico come L’Ussaro Blu, per mettere alle corde i vecchi esistenzialisti e per divenire capo carismatico di un gruppo dei nuovi ribelli francesi, come Laurent, Déon, Blondin, che la vecchia critica appella sprezzantemente con i termini di ussari e fascisti. Iniziata con Le Spade e passata attraverso la fortuna dell’Ussaro Blu, la produzione di Nimier si espande tramite altri romanzi rabbiosi e insolenti come Bambini tristi e Storia di un amore.
Poi il nulla: l’avventura letteraria di Nimier pare fermarsi del tutto. Quasi una noia distratta nei confronti della scrittura. Divenuto direttore letterario della casa editrice Gallimard, Nimier smette di editare romanzi; piuttosto si rivolge timidamente al cinema: briciole e residui di una produttività affievolita e spenta come solo può smorzarsi in nulla e in breve un fuoco violento e devastante. La firma di Nimer compare dapprima nel 1952, sulla sceneggiatura di uno dei tre episodi che compongono il film di Michelangelo Antonioni I Vinti, che offre uno spaccato crudo su una sorta di gioventù bruciata assai meno romantica di quella immaginata dalla cinematografia americana. Poi a fianco di Louis Malie nella sceneggiatura del romanzo di Noel Calef Ascensore per il patibolo. Altra traccia di produzione letteraria non c’è. Pare la morte di una attività. Pare ravvicinarsi costante, e enigmatico al concetto di morte individuale.
“Contro la morte ci armiamo per una sconfitta. Non osiamo guardare in faccia una cosa così semplice.” Così l’affronto della morte, diviene motivo dominante della vita di Nimier ben più della letteratura. Definita l’impossibilità di vivere, esprimendo in pieno quelle potenzialità dell’essere umano, piegate e costrette dalle convenzioni fatte su misura per i deboli e gli incapaci, Nimier inizia la sua ricerca della morte, la nemica da stanare e affrontare impavidamente. E allora la morte arriva, cercata e voluta in una sconsolata notte d’autunno in uno spaventoso incidente stradale. Ma a differenza di altre morti celebri, quella di Nimier non produce leggenda o immortalità.
Censurato, rimosso, punito per la sua eccessiva esuberanza e per la sua ostentata appartenenza alla destra, il suo nome viaggia da solo nei labirinti della memoria collettiva, senza la compagnia di James Dean o di Albert Camus. Ma del resto era stato lui a profetizzare che “a certi uomini non restano da percorrere che strade di solitudine”.

Paolo Patui

( Gazzettino, 6.11.2002)

***

Le spade di Nimier infilzano la morale.

Tradotto in italiano, a oltre mezzo secolo dalla prima edizione francese, il libro di un autore controcorrente.
Fra nihilismo e richiamo della sconfitta.

La letteratura politicamente scorretta non ha avuto vita facile nel Novecento. Così succede che un romanzo eccentrico e paradossale, estremo e sorprendente come Le spade di Roger Nimier veda la luce in traduzione italiana a più di cinquant’anni dalla sua prima edizione francese: da Gallimard, nel 1948. D’altra parte anche in patria la letteratura dello sporco, cattivo, controcorrente Nimier ha subito più di un ostracismo. Tanto che nel 1962, anno della morte prematura dell’autore, François Mauriac ebbe a parlare su Le Figaro di un veleno che da centocinquant’anni la gioventù bruciata si passava di mano in mano, concludendone che Nimier non era degno della Chiesa. Ma quali erano le colpe dello scrittore nato a Parigi nel 1925? Il dossier a suo carico è tutto nel libro d’esordio, pubblicato ad appena ventitré anni e che ora Meridiano zero si incarica di mandare in libreria, nella traduzione di Massimo Raffaeli e con una introduzione di Eraldo Affinati.
Le spade comincia con una scena di piacere solitario, che il quindicenne François Sanders consuma sopra una foto di Marlene Dietrich. E prosegue con un teatrale tentativo di suicidio del ragazzino: finito a vuoto, naturalmente. Sventato dall’arrivo della sorella, Claude, uno dei perni della sua vita: una creatura solenne e dolce, spiritosa e incantevole. Per lei François prova un sentimento profondo e intricato, in cui l’affetto e la complicità rasentano una forma di sognante innamoramento, un’attrazione psicologicamente incestuosa. Si, perché fratello e sorella escono insieme e si comportano quasi come fidanzati. E certo la gelosia sottile e penetrate di lui ha qualcosa di malato, anche se agli occhi di lei si riscatta e giustifica come necessario, superiore amore. Sarebbe ancora poco se quello che Nimier ha da raccontarci fosse soltanto un’adolescenza turbata, incerta e spettrale. La storia irrompe presto nelle pagine disinvolte, lievi e insieme terribili, di questo racconto lungo. La Francia scende nell’arena della seconda guerra mondiale, e la scena cambia. L’autoritario colonnello padre dei due ragazzi (la madre è morta da tempo) è al fronte e cade prigioniero dei tedeschi, François ne è – nemmeno tanto nascostamente – soddisfatto. Gli si spalanca davanti l’avventura della vita, da mordere senza precauzioni e divieti. Nemmeno ventenne, Sanders si trova a giocare la sua parte nella travagliata vicenda della Francia occupata. La partita non si decide a livello di ideologia o di coscienza: Sanders non ne ha nessuna, non crede in nulla, non rispetta alcunché. Agisce per noia, noncuranza, indifferenza. Le frasi, agghiaccianti e velenose davvero, che descrivono questo stato di anestesia morale sono tante, fitte, fino a formare il vero Leitmotiv del romanzo (“il sangue è come il resto: passati i diecimila litri, non è più una tragedia, ma un’industria nazionale”; oppure: “non ne sapevo niente. Dato che ero deciso, avrei giocato il gioco fino in fondo. Con indifferenza. Con noia”).
Così Sanders, trascinato da alcune conoscenze, decide di intraprendere un attentato per conto della Resistenza. Entra nelle file della temutissima e crudele milizia di Darnand per ucciderne il capo. Ci prova, effettivamente. Ma un caso (uno scambio di pastrani) vuole che egli, quando il piano viene scoperto e sventato, sia trovato senza armi e che del tentato omicidio sia incolpato un altro al suo posto. Sostiene le torture e il processo a ciglio asciutto: qualcuno lo aveva venduto, e lui a sua volta tradisce i compagni con i quali aveva ideato l’azione. Li vede condannati e poi uccisi, a bruciapelo. Non solo se la cava, ma decide di dar retta al consiglio del suo superiore e di impegnarsi a fondo dalla parte della milizia. Comincia a perseguitare, brutalmente, i resistenti, salvo qualche illogica, brusca manovra in senso contrario.
Ecco il punto: la politica c’entra solo marginalmente, Sanders (alter ego dell’autore, che certo fu simpatizzante dell’Action Francaise) è uno che ha del mondo una visione estetica, superomistica, grottesca. Dice di sentire forte il richiamo della rovina, della sconfitta definitiva: i francesi che lottano contro l’occupazione sono dalla parte giusta della storia, lui avverte il fascino assurdo del torto, dello stare con i destinati alla sconfitta, con i cattivi, i torvi. Rappresenta, Nimier, un esistenzialismo secco e assoluto, senza riscatto: un “esistenzialista d’opposizione”, un “anti-Camus” lo ha definito uno dei suoi pochi conoscitori italiani, Maurizio Serra. Per sfida, scommessa, gioco Sanders uccide, ripetutamente. Con voluttà, con precisione, con insofferenza.
Nel profondo niente ha veramente significato; quello che Nimier celebra, in pagine appuntite e ulceranti, è la totale insensatezza, l’assurdo. Lo stesso postulato da Beckett o dall’unico, vero maestro di Nimier: quel Celine di cui fu amico e poi, come funzionario editoriale, consigliere. Ma nella scrittura, Nimier è all’opposto dell’autore del Viaggio al termine della notte. Quanto Céline ama la scrittura vorticosa, l’espressionismo, la furia verbale, tanto Nimier è scarno, impeccabile, distante. Uno stilista algido, perfetto e alienante: “Ho rivisto con emozione la terra che avevo battuto con gli scarponi da milite. Ci tornavo da innocente. Il popolo dimenticava i suoi boia tanto presto quanto i suoi martiri”. Anche il finale, sorprendente e insensato, è all’insegna di questo gesto stilistico assoluto, irrelato.
Insinuante, amorale, distruttivo; Nimier fu tale, in ciò Mauriac non si sbagliava. Ma lo scrittore francese, viveur e dandy, che si sarebbe schiantato a nemmeno quarant’anni su una delle vetture di lusso che amava, una Aston Martin, sul raccordo Parigi Ovest, rappresenta una specie di cartina di tornasole per vedere senza schermi o maschere l’assurdità, la gratuità crudele del secolo. Per questo, forse, pur riconoscendone la pericolosità e il veleno spirituale, vale la pena, oggi, di rileggere il suo piccolo, urticante capolavoro.

L’Ussaro che scrisse per l’amico Louis Malle

Nato a Parigi nel 1925 Roger Nimier si arruola nel 1945, dopo la Liberazione, nel Secondo Reggimento Ussari.
Quindi entra nell’agone letterario, fronda destrorsa all’esistenzialismo di Sartre e Camus. 
Oltre a Le spade (1948), scrive Perfide (1950), L’Hussard bleu (1950), Les enfants tristes (1951) e D’Artagnan amoureux ou Cinq ans avant (1962). Come sceneggiatore, aveva scritto tra l’altro Ascensore per il patibolo (l957) per l’amico Louis Malle.
In italiano erano finora apparsi Storia di un amore (1962),D’Artagnan innamorato ovvero Cinque anni prima (1964) e Giovani tristi (1964).

Daniele Piccini

(Il Giornale, 24.1o.2002)

***

James Dean delle lettere francesi

Non scriveva per il pubblico, ma solo per amici e nemici. Detestava l’engagement e amava provocare coi suoi modi insolenti. Adorava le auto di gran lusso: e morì sulla sua Aston Martin. 
Poche righe frettolose nelle storie letterarie, quando va bene. È quello cui ha diritto il James Dean della letteratura francese, Roger Nimier, di cui in questi giorni esce in Italia un provocatorio romanzo, Le spade (a cura di Massimo Raffaeli). 
È la storia di un adolescente che passa dai partigiani alla milizia collaborazionista mettendo a nudo la gratuità della violenza nella guerra civile, la retorica della destra e quella della sinistra. Era un libro controcorrente nel 1948, in una cultura largamente controllata dalla sinistra. Ma Nimier (1925-1962) era attratto dalle sfide sproporzionate e dallo scandalo. Era arrivato tardi per la guerra. Era come quegli ufficiali che, dopo la caduta di Napoleone, passavano il tempo a sfidare a duello i militari del regime borbonico. La sua sciabola era la raffinata laconicità di uno stile affilato dall’ironia. Gli piaceva provocare, travolgere, esplicitare l’inconfessabile: la gratuità del mondo. Dopo l’uscita del libro, ostentava all’occhiello una minuscola spada. Era la sua filosofia. 
Nella vita c’erano sempre delle spade puntate e due scelte: sottrarsi o misurarsi con le loro lame per sentirsi vivere. Bello, chiuso in un’eleganza un po’ a rigida, Nimier più che camminare sembrava andare all’assalto. Per fare arrabbiare i resistenti dell’ultima ora, ansiosi di reinventarsi un passato bellicoso, lasciava cadere con disinvoltura: “Quando ero nelle Waffen SS…”. A Nimier non spiaceva essere definito ’fascista’. Non che lo fosse veramente, ma preferiva l’infamia al conformismo.
La sua ribellione si esprimeva anche in un francese sfacciatamente classico ed elegante. Quel dandy insolente non scriveva per il pubblico, ma per gli amici e i nemici. Era amico di Orson Welles, di Jeanne Moreau e di Louis Malle. Nel suo affettuoso disprezzo per lo stereotipo dell’intellettuale impegnato, amava le fuoriserie e le fastose bellezze platinate. Non gli bastava gettare il guanto all’egemonia culturale, doveva sfogare la sua sete di battersi anche nel rugby e nella boxe: “Sono attratto dal sudore e dal sangue, dalla gratuità della cosa. E potermi battere realmente mi sembra stupendo”.
Indifferente all’ostracismo della sinistra, Nimer rintracciò la sua parentela dispersa dalle epurazioni letterarie. Rilanciò Paul Morand, confinato in un limbo per la adesione a Vìchy. Morand cercava di allontanarlo dalle spacconate politiche: “Niente politica perché tutto è perduto. Stattene tranquillo”. Ma quella non era una cosa che si potesse chiedere a Roger. La domenica faceva visita a un altro grande isolato, Louis-Ferdinand Céline, che lo trovava simpatico e apprezzava le sue auto. Sarebbe stato Nimier a spingere Gallimard a pubblicare Da un castello all’altro di Céline. Nimier, notò Curzio Malaparte, “ride di tutto. Ha un modo di ridere che mi fa pensare a quello del credente che ride dell’ateo”.
Nimier scorrazzava per le vie di Parigi sulla sua Jaguar con la capote abbassata in pieno inverno. Morand lo aveva avvertito: “Ti rimprovereranno la Jaguar per tutta la vita, il che è ottimo. Dimenticheranno perfino la tua bellezza e il tuo talento, ma la Jaguar mai”. Nel baule dell’auto c’era sempre un volume del Littré, il più raffinato dizionario di francese.
Sanders, l’eroe superbo, insolente, disperato di Spade, rispuntò in un’opera successiva, L’ussaro blu, ambientata nella Seconda guerra mondiale. Nimier fu un critico superbo, pieno di intuizioni. Il 28 settembre 1962 si schiantò con la sua Aston Martin. Lasciava dietro di sé un omaggio a Dumas, il deliziosoD’Artagnan innamorato. Parafrasandolo: “Se fosse sopravvissuto, oggi avrebbe 70 anni. Impossibile. Aveva troppa fretta di raggiungere il popolo delle statue, cui somigliava tanto”.

Giuseppe Scaraffia

(PANORAMA,24.10.2002)
.

Fedele a un personale ideale di purezza, François Sanders è un adolescente guerriero senza ideali che passa dai ranghi della Resistenza alla Collaborazione nel disprezzo di qualsiasi morale. Monologhi rapidi, stile “parlato” che richiama Céline, Le spade di Roger Nimier trasforma una paurosa vicinanza psicologica tra autore e protagonista in un romanzo di formazione nichilista.

Elio Nasuelli (Sette/Corriere della Sera, 24.10.2002)

***

Le spade: tutti contro tutto

Un adolescente sensibile e pedante tenta il suicidio. Ma il piano nefasto va in fumo per l’intervento di sua sorella, della quale il giovane è ovviamente innamorato. E così la tormentata vita di questo piccolo antieroe romantico va avanti, sullo sfondo della Francia occupata dai nazisti, oscillando tra resistenza e collaborazionismo solo per il gusto nichilista di tradire e spiazzare tutti, soprattutto se stesso. 
Entro un quarto d’ora mi ammazzerò. Mi chiamo Franois Sanders e sono studente di terza in un liceo della capitale. Dichiaro subito che non sono molti gli studenti a me paragonabili nella maggior parte delle discipline. (…) Sono più serio della maggioranza della gente, il che non è difficile. Conosco le navi da guerra di tutti i paesi del mondo (…) Amo Corneille, e Proust, Balzac. Ciò dimostra che ho passato l’età della ragione. Lo dico a titolo informativo.” 
Roger Nimier è morto il 28 Settembre 1962. Si è schiantato a duecento all’ora al volante della sua fiammante Aston Martin. Bello, arrogante, insofferente e sicuramente anche sofferente (se non di altro, della vita, del mondo, di dover ottemperare al banale quotidiano obbligo di vivere). Lo scrittore francese è in questi mesi al centro di una vera e propria riscoperta. E “Le spade”, il suo romanzo di esordio, è un vero e proprio manifesto programmatico: Nimier amava più di ogni altra cosa provocare, fino al punto di appiccicarsi addosso da solo (sicuramente esagerando) l’etichetta di fascista e filo-nazista in un ambiente culturale, quello della Francia del dopoguerra, egemonizzato dall’intellighenzia di sinistra. E dallo stereotipo dello scrittore impegnato faceva di tutto per distinguersi anche fisicamente: elegantissimo, amava mostrarsi al volante di fuoriserie e sempre sottobraccio a biondone prosperose. Come dice il critico Giuseppe Scaraffia di lui, “…preferiva l’infamia al conformismo”: esattamente come Franois, l’adolescente tormentato de “Le spade”, che sembra spendere tutte le sue energie “solo” nel combattere col mondo, nel cercare una nuova e più fastidiosa via alla differenza. Partigiano, collaborazionista dei Nazisti, assassino, stupratore, torturato e torturatore senza soluzione di continuità, amorale più che immorale, Franois attraversa in compagnia della sua dolcissima schiava-sorella-amante-tiranna le duecento pagine scarse di questo romanzo narrato in prima persona con uno stile acerbo ma sfrontato, sgradevole quanto basta da renderlo importante.

David Frati

(www.Lettera.com, 24.10.2002)


Le spade: tutti contro tutto

Spade senza rocce

“…non mentite a voi stessi, chi mente a se stesso perde il rispetto di sé e degli altri. Può essere il primo a offendersi… Così si arriva al vero odio”.
Un romanzo del 1948 prende a narrare una realtà disillusa, annoiata, un’esistenza senza esistere che tanto sembra andare accanto ad un concetto, anzi all’assenza di concetto di vissuto, dei giorni nostri. 
Forse nel 1948 l’idea di Resistenza soprattutto in Francia, l’idea di arruolamento, di Milizia poteva ancora portare qualche reminiscenza di motivo e desiderio di vivere. Qualcosa di inconsciamente intrinseco all’esistere umano, come se derivasse dalla genetica e fosse un rimasuglio di tutto ciò che di ribelle e combattivo avevano avuto i nostri padri. 
Oggi che si gioca con la morte al punto da non rendersi conto che uccide per davvero e che porta con sé la fine, l’unica fine sulla quale non esiste ciak di regista che risveglia d’incanto i corpi senza pathos e senza pianti di parenti, non sappiamo nemmeno più perché si muore. 
Così diventa tragicamente moderno il romanzo di Roger Nimier che Meridiano zero propone al pubblico italiano per permettere di conoscere un’altra voce autorevole del panorama letterario francese. 
Siamo a leggere della storia cinica e grottesca di Francois Sanders, “un ragazzino piuttosto biondo” innamorato della sorella che a sua volta vive storie di altri amori, che prepara il suicidio accuratamente, senza forse rendersi conto che non sarà mai abbastanza determinato e coraggioso da portarlo a termine. 
È la storia di una generazione che vive di interessi e di entusiasmi di riporto, che comincia una querelle con se stessa e va in giro a seminare intrinsecamente guai: prima partigiano, poi collaborazionista, il ragazzo di fatto è cresciuto troppo in fretta in un mondo che non capisce e che si è impadronito della giovinezza come oggi si impadroniscono dei nostri figli impegni troppo impegnativi ed impegnati per loro. I viaggi, la scuola, la palestra, gli amici: tutti obblighi che li attanagliano togliendo il gusto del fare per il voluto, per il fare, per il volere. 
Non era facile avere vent’anni nel 1945, sulle macerie di una guerra. Ma forse non è facile avere dieci anni nemmeno oggi, sulle rovine dei valori e di una famiglia che non esiste più. Non tanto perché non esista per davvero, quanto perché il gusto di essere famiglia umana collettiva si è perso dietro la doverosa difesa di un individualismo che ci permette di essere adulti consapevoli ma che ci annulla la dimensione bambina che non dovremmo perdere mai. 
La liberazione di Parigi descritta da un collaborazionista incapace di uccidersi diventa allora la carta carbone del ventesimo secolo: là dove la folla esulta, il giovane perduto percorre il sentiero della rivolta solitaria, senza sapere in realtà quale fosse la rivolta giusta. 
Colui che si sentiva più grande di coloro che venivano interrogati sotto tortura nei commissariati, capaci di riassumere la propria vita in quattro pagine di quadernone, senza l’uniforme di Vichy non era di colpo più niente. 
E oggi l’uniforme non la porta quasi più nessuno… 
Roger Nimier nasce a Parigi nel 1925; nel 1945 si arruola nel secondo Reggimento degli Ussari e scrive il suo primo libro nel 1948, proprio Le spade, per le Edizioni Gallimard. Collabora a sceneggiature cinematografiche e assume sempre più il ruolo dell’avvocato del diavolo, istigatore nella gioventù di un veleno, come lo chiamerà il premio Nobel Mauriac, che lo rendeva indegno della Chiesa secondo quest’eminente accademico di Francia. 
Lo stile di Nimier è pressante e disinvolto, provocatorio, suscitante interrogativi intrinseci e debite risposte che si devono leggere tra le righe e prendere così, come si può prendere una storia apparentemente vera, di quel realismo che troppo spesso si spegne nell’abitudinarietà dell’essere e della vita.

Alessia Biasiol

(Nonsololinke.com, 21.1o.20002)

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