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La leggenda di Céline

agosto 30, 2011

Secondo Lucette Almansor, questo scritto di Aymé dice tutto quello che c’è da dire su Céline…

“Su di una leggenda”
di Marcel Aymé

Intorno a Céline si è creata una leggenda nera, della quale è in parte responsabile, non avendo fatto nulla per distruggerla, e anzi, l’ha mantenuta. È quella di un uomo violento, astioso, implacabile nei suoi odi come nelle sue antipatie, avido di denaro, nemico del suo paese, oltre a quella di un demolitore anarchico e di un pessimista contento di esserlo. Benché le apparenze talvolta confermino questa leggenda, essa è quanto di più lontano possa esserci dalla realtà. Certamente, Céline non era persona accomodante, o che dimenticasse facilmente i torti che gli erano stati fatti. Il perdono del male, il perdono delle offese, non aveva per lui alcun senso. Poteva, nel corso della vita, giungere a non tenerne conto, ma non le dimenticava. Il perdono era ai suoi occhi un atto, se non negativo, quantomeno inutile, che non impediva al male di rimanere, né al nemico di restare pericoloso. Di fronte agli esseri e agli avvenimenti, aveva delle reazioni virili, spontanee, nulla sacrificando al catechismo, e considerando il difendersi come uno dei primi doveri dell’uomo. Ai suoi occhi, questo era un obbligo che coinvolgeva non solo la fierezza dell’individuo, ma la sua salute fisica e morale, poiché chi non ha dei buoni riflessi difensivi contro i suoi nemici, come saprà difendersi dalla società, e innanzitutto da se stesso? Nella vita come nella sua opera, ovvero, Céline ha assiduamente denunciato come il nemico più temibile dell’uomo sia “se stesso”. Per ciò che riguarda il suo giudizio, le sue opinioni letterarie, estetiche, politiche etc. (a dire il vero considerava la politica una materia fluttuante, bassamente organica, un assoggettamento della società ai propri stessi rifiuti, ed essa non lo interessava che mediocremente), mostrava egualmente un grande vigore combattivo, e non era l’uomo da arrivare a compromessi per far piacere all’interlocutore, anche se quest’ultimo fosse un amico. Questa spiccata dirittura morale favoriva in lui una generosità di spirito che gli esegeti non hanno ancora messo abbastanza in luce nella sua opera, ma che si è manifestata sempre lungo il corso della sua vita. Amava l’amicizia, e ha sempre dimostrato una rara fedeltà nei suoi affetti. Durante tutto l’esercizio della sua professione di medico, che ha avuto sulla sua opera letteraria una così grande influenza, ha dimostrato una devozione e un disinteresse ammirevole, sino alla fine della sua vita. Nei suoi ultimi anni, aveva, in effetti, aperto nella sua casa di Meudon un gabinetto medico, non tanto per lucro, ma per riprendere con la medicina un contatto che non fu solamente teorico. Si recava da lui qualche cliente povero, che non si decise mai a far pagare, e per i quali comprava di tasca sua le medicine. No, Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente. Preferiva di più l’essere il medico di un dispensario di periferia, che pagava i servizi prestati con un salario modesto, del resto sufficiente ai bisogni della sua esistenza disciplinata. Niente cambiò nelle sue abitudini di vita dopo che i suoi libri a grande tiratura gli portarono una fortuna, che alla vigilia della guerra, con una leggerezza che stupisce, affiderà a qualcuno che conosceva pochissimo, e del quale nulla doveva ispirare fiducia, con la missione di trafugare questo capitale in un paese straniero. Più tardi, quando credette di rientrare in possesso dei suoi beni, dovette costatare che questa riserva si era evaporata, e fu amareggiato enormemente di scoprirsi egli stesso in flagrante delitto d’ingenuità. Céline non aveva il senso del denaro, o meglio, non l’aveva che al livello delle necessità quotidiane. Durante i dieci ultimi anni, mentre sentiva declinare la sua salute, e credeva di lasciare sua moglie senza risorse, i suoi familiari lo sentirono spesso lamentarsi del prezzo delle derrate, affermando come i soldi fossero la sua unica preoccupazione, la sola ma quella verso la quale tendevano tutti i suoi sforzi, ed è vero, poiché nelle spese ordinarie ne teneva conto. Ma quando toccava alle somme importanti, allora le dissipava con acquisti costosi e futili, con quella malaccorta impazienza delle persone povere che vincono alla lotteria. In realtà, il denaro superfluo, quello che non serve ai bisogni basilari della vita, gli ha sempre dato fastidio.

Io temo che i suoi biografi e commentatori, almeno nell’immediato, l’immaginino e lo giudichino attraverso l’autoritratto che, attraverso le sue interviste e le conversazioni con degli scrittori durante i cinque o sei anni precedenti la sua morte, ha voluto dare di lui, e che non lo rispecchia giustamente.
A causa dell’ostilità sistematica e delle calunnie che aveva subito da parte di una stampa timorosa e venale, aveva poca stima per i giornalisti francesi. Era il suo divertimento farli smarrire in un labirinto di espressioni eccessive o contraddittorie, dando solo un riflesso deformato e derisorio di se stesso. Sapendo di essere in Francia il solo grande scrittore del suo tempo, era per lui un divertimento vedersi trattato dai giornalisti a volte con una divertita condiscendenza, a volte con un altezzoso disprezzo. Sì, Céline si è prestato a questa scioccante opposizione, ma non così amara da non discernervi già una vendetta postuma, e si è pressoché costantemente sforzato di provvedervi. Credo che sarebbe stato soddisfatto se avesse potuto, dal fondo della sua tomba, essere testimone del gran rumorio meravigliato menato dalla stampa francese intorno al nome di Hemingway, che morì il suo stesso giorno; di questo grande affannarsi di redazioni attorno a uno scrittore americano pregevole certo, ma senza genio − probabilmente più grande come cacciatore che come scrittore − e se avesse potuto leggere, allo stesso tempo, la stessa stampa francese che dava il frettoloso annuncio della morte di Céline.Il suo crollo psicologico degli ultimi anni, e il suo aspetto trascurato, hanno altresì contribuito ad influenzare il giudizio di chi lo ha incontrato accidentalmente. In seguito ad una trapanazione necessaria dopo una ferita alla testa nel 1914, trapanazione che riferiva come particolarmente mal eseguita, aveva sempre sofferto di violente emicranie [in realtà, poiché non sono ancora stati trovati documenti medici attestanti questa operazione alla testa, le emicranie di Céline possono derivare da altre cause. D’altra parte, non si può escludere a priori una concussione derivante dall’esplosione dello stesso proiettile la cui scheggia offese il suo arto, fermo restando che la trapanazione sia un’iperbole biografica di Céline, NdC], ma dopo la sua scarcerazione dalle prigioni della Danimarca, dove il suo organismo si era indebolito, un dolore acuto e continuo non gli lasciò tregua, né di giorno né di notte. Negli anni a venire, dormì meno di due ore per notte, assopendosi male e a tratti, senza mai cessare completamente di soffrire. Camminava con difficoltà, e gli capitava, in seguito a degli attacchi di vertigine, di cadere, senza potersi alzare da solo. Un’altra ferita, anch’essa dell’altra guerra – le schegge di un proiettile gli avevano reciso i nervi di un braccio, e lasciato una mano pressoché inerte − si era messa a farlo soffrire. Le poche forze che gli restavano, le concentrava per scrivere, preoccupandosi poco del suo aspetto esteriore e dell’impressione che faceva agli intervistatori. Il giorno della sua morte, tremante, e, per una volta, gemente di dolore, la testa in fiamme, ma lucido, andò come tutti i giorni a sedersi al suo tavolo di lavoro, e si mise a scrivere. Resoconti di ogni sorta hanno dato al pubblico un resoconto distorto di questa energia sovrumana, a volte pietosa e tanto ingannevole; ed è questo quadro distorto e menzognero che orienta l’idea che le giovani generazioni si fanno dell’uomo che fu Céline.Recentemente, ho letto nella Nouvelle Revue française uno studio di Jean-Pierre Richard intitolato La Nausée de Céline. È un tentativo di psicanalisi dell’uomo attraverso la sua opera e le sue interviste. L’autore è tra chi ha compreso meglio l’opera céliniana, e apprezzato l’ampiezza e la forza del suo genio poetico. Come dire che se egli nutriva un pregiudizio verso Céline, questo sarebbe piuttosto un pregiudizio favorevole. E la sua idea di nausea corrisponde abbastanza bene all’immensa stanchezza che, al di fuori del suo lavoro, Céline, estenuato, incessantemente occupato a superare le sue sofferenze, lascia apparire nei suoi propositi, nel suo atteggiamento, nelle foto dei suoi ultimi anni di vita. Ma, seppur seducente sul piano della comprensione del personaggio, la spiegazione non tiene per chi ha conosciuto Céline prima della guerra. Quest’uomo con il fisico e le spalle da corazziere, dal viso di una bellezza virile, illuminato dalla fiamma gioiosa e frizzante dei suoi occhi chiari, apparteneva ad una razza di scrittori poco concepibile agli intellettuali delle giovani generazioni. Dire che era, fisicamente e moralmente, una forza della natura è poco, poiché la sua forza organizzata era quella di un uomo che si era dato uno stretto autocontrollo, e che viveva in una stretta disciplina, forgiata da lui stesso. Non gli ho conosciuto che una debolezza, la collera, alla quale arrivava ad abbandonarsi. Nulla in quest’uomo, nulla nella sua conversazione, piena di salute, di gaiezza e di brio, brillante come le migliori pagine del Voyage, nulla può veramente richiamare l’idea della nausea. La natura aveva fatto di lui un lottatore, dandogli un’esuberanza di forza, volontà e potenza su se stesso, e la sua opera letteraria è quella di un lottatore. Prendiamo atto che in lui, l’incontro tra il poeta e il medico è stato di importanza capitale, e ha diretto la sua opera. […] La pratica della medicina e la visione delle migliaia di miserie umane in un dispensario di periferia, hanno ravvivato, o quantomeno affinato in Céline un senso, probabilmente innato; il senso del peccato, ma non contro la divinità, ma contro l’uomo. Le sue più grandi collere, le ho viste scatenarsi contro tutto ciò che riteneva conducente all’abbruttirsi dell’uomo, all’abbandono di se stesso: l’alcol, gli stupefacenti, l’abbuffarsi di cibo scadente, la sessualità sfrenata, il lusso, la miseria, le false barriere, la religione (ai suoi occhi, sembrava che i peccati contro la Chiesa, avvallassero i peccati contro l’uomo), le ipocrisie sociali e mondane che, sotto una copertura d’onestà, favorivano lo scatenarsi delle cattive intenzioni. No, non era la nausea che invadeva Céline allo spettacolo di una società accanita a distruggersi in ciascuno dei suoi individui. Era un odio robusto, potente l’odio di un nemico contro il quale non si sentiva totalmente disarmato per nulla, lui che aveva avuto la volontà di disciplinarsi e che pensava di fare un’opera meritoria nello spingere il naso di chiunque nella sua propria lordura. Anche scrivendo il Bagattelles, all’epoca pensava in buona fede di intraprendere un combattimento nello stesso senso. Jean-Pierre Richard, nel suo studio, spiega questa crisi d’antisemitismo avanzando l’ipotesi che Céline, non avendo il coraggio d’andare in fondo al suo personaggio, e per la lassitudine della sua nausea, avesse “preso come obiettivo” i più scontati da colpire al mondo, prendendo la scappatoia di colpire gli ebrei, di farne degli esseri immondi, capaci di aver insozzato e indebolito la Francia. Una tale teoria implica che Céline si identificasse nell’Io dei suoi primi due romanzi, e ciò è l’opposto della realtà. Tra Céline a Bardamu, vi è perlomeno la stessa distanza che separa Flaubert dai Bovary. Osserviamo d’altra parte come nello stesso periodo nel quale Bagattelle era pubblicato, Céline lavorasse a un terzo romanzo, del quale è apparso solo il primo volume, dove si esprimeva in prima persona, e non vedo come tra questo terzo Io e quelli dei romanzi precedenti, ci sia frattura di sorta. Questo semplice fatto dimostra come bisogni cercare altrove le ragioni di questo fiero antisemitismo. Credo che l’antisemitismo non si dichiari all’improvviso come il morbillo, ma sia il frutto dell’educazione. Céline era nato in quell’ambiente di piccoli commercianti parigini, tutti più o meno antisemiti, poiché ai tempi dove erano impiegati di commercio, l’ebreo simboleggiava per loro il padrone, e in seguito, quando avviarono la loro attività, avevano trovato in lui un temibile concorrente, accusato di rovinare i piccoli negozianti con il concorso delle banche ebraiche. Non dimentichiamoci che sino all’Affaire Dreyfus, la classe operaia a Parigi era apertamente antisemita, in teoria in ricordo dei banchieri dell’Impero, in realtà per ragioni più vicine. Una volta che Jaurès ebbe preso posizione nell’Affaire, l’ostilità degli operai cessa di essere aperta, ma non cessa affatto, e se ancora oggi esiste a Parigi un fermento d’antisemitismo, esso esiste non nei quartieri-bene, ma nelle periferie e anche tra i piccoli commercianti della capitale. Si può ben immaginare che nel negozio del Passage Choiseul (già in declino), dove Céline Destouches, la madre del nostro futuro scrittore, vendeva i suoi pizzi, il bambino ha dovuto crescere nella familiarità di questo astio anti ebraico, infamante l’anti-Francia che minacciava il pane del focolare. E non fu una presa di coscienza letteraria, quella che ha risvegliato e fatto divampare tutto d’un tratto un antisemitismo latente nel suo cuore e nel suo spirito, ma una oltraggiosa ingiustizia subita nell’esercizio della sua professione di medico, e perpetrata a beneficio di un suo collega ebreo. Altri avrebbero incassato l’affronto, mordendo il freno, ma come ho detto, non si attacca chi si difende a fondo, con tutte le sue forze. Si giudicheranno come eccessivi gli sviluppi dati a questo affare personale. Ma una ingiustizia è mai unicamente un affare personale? In tutti i casi, una cosa è sicura, ossia che Céline, se non fosse stato provocato, colpito al cuore, non sarebbe mai partito in guerra contro gli ebrei. Non è quindi, secondo la parola di Jean-Pierre Richard, “un delirio di casualità” che lo ha fatto uscire dai gangheri. Qui, è l’ingiustizia che ha generato ingiustizia. E se la risposta è stata sproporzionata con l’ingiustizia iniziale, è che Céline, prono alla collera e al suo genio verbale, aveva precisamente perso questa facoltà di “essere obiettivo” che possedeva pienamente quando si trattava di Bardamu e delle sue altre creazioni. L’errore di identificare Céline con Bardamu conduce naturalmente a pensare che si è rinnegato, renié nel denunciare, a proposito degli ebrei, l’abbassamento della vitalità, del civismo, dell’intelligenza e del patriottismo francese. In realtà, se si rimettono Céline e Bardamu nelle prospettive proprie a ciascuno di loro, non vi è l’ombra di un rinnegamento. Non vi vediamo che una contraddizione, del resto ben anteriore alla crisi d’antisemitismo. Quest’uomo, che più di altri aveva misurato l’onore, la stupidità della guerra, e il pericolo permanente che costituiscono i nazionalismi surriscaldati, custodiva in lui vivace e suscettibile, un patriottismo da immagine di Epinal, inculcatogli dalla scuola comunale e che proseguì a casa con la lettura dei grandi quotidiani. Questa guerra mondiale che giudicava aberrante e odiosa, era fiero di averla combattuta con coraggio e distinzione, e non cessò mai di essere fiero delle gravi ferite ricevute al servizio del suo paese. Ed eccoci lontano da Bardamu! Ai nostri giorni, è difficile comprendere come questi sentimenti abbiano potuto coesistere con quei giudizi lucidi che ne erano la condanna. Io, che fui, come tutte le persone della mia età, impregnato dall’insegnamento sciovinista della scuola laica, e che sono cresciuto in una città dell’est, con il ricordo d’aver assistito, prima dell’altra guerra, a degli scoppi d’isteria popolare a proposito dell’Alsazia-Lorena e del nemico al di là del Reno, non mi stupisco di questa contraddizione. D’altra parte, quello che mi sembra sorprendente, è che si sia potuto accusare Céline di aver collaborato con i tedeschi e anche di essere per loro un amico e un ausiliario. È una favola corrente già al tempo dell’occupazione, e che dura ancor oggi. In realtà, Céline nutriva per i tedeschi una sfiducia e una ostilità che veniva da lontano. I suoi genitori, che ambivano per lui una carriera da grande commerciante, o da grande uomo d’affari, avevano voluto che apprendesse le lingue straniere, per le quali era sin d’allora notevolmente dotato. Verso i suoi dodici anni, lo mandarono a due riprese a passare le vacanze in una piccola città tedesca, in modo da fargli apprendere la lingua del nemico. Il giovane Destouches si scontrerà là allo sciovinismo odioso, irriducibile, dei bambini della sua età che si ostinavano a rendergli la vita insopportabile. Immagino facilmente che si sia difeso con vigore e non avrà tardato a trovare delle risorse nella lingua dei suoi avversari, ma cinquanta anni più tardi, parlava ancora di quei due soggiorni come di un incubo. La disfatta del 1940 fu per lui un’umiliazione e, a prescindere di qualunque cosa avesse detto prima, una sorpresa dolorosa. La sentì come un affronto che gli era stato inflitto personalmente, e non volle mai sentire altra spiegazione che il tradimento, la mancanza di cuore di un Esercito che si era lasciato catturare, diceva, senza combattere. Era un capitolo sul quale rifiutava sempre la discussione, e il suo rancore contro quell’Esercito là si sostenne sino alla fine della sua vita. Là, come anche nel suo antisemitismo, si trovava su un terreno passionale, dove non accettava di rendere obiettivamente il dibattito. Dal suo processo, dal quale era contumace, il commissario del governo si convinse che non vi era nulla nel suo dossier. Agli ammiratori timidi che una leggenda malevola e una critica troppo prudente tiene ancora a distanza, posso dire anch’io: “Non vi è nulla nel dossier di Céline” (1).(1) Cahiers de l’Herne, 1981. Traduzione Andrea Lombardi.

Dal Blog Louis Ferdinande Céline

Pol Vandromme: un libro su Céline

agosto 29, 2011

Il Louis-Ferdinand Céline di Pol Vandromme, scrittore e giornalista belga, nonché critico letterario e polemista politico, fu pubblicato nel 1963 dalle Éditions Universitaire nella collana Classiques du XXe siècle.

A distanza di quasi mezzo secolo il libro conserva intatte la lucidità d’analisi e l’acutezza nel mettere a fuoco l’importanza e il valore di Céline quale maggior innovatore del linguaggio romanzesco del Novecento, portandolo su vette vertiginose, senza mai, da parte di Vandromme, cedere a facili e abusati giudizi morali, anche quando affronta approfonditamente la produzione più controversa e fuori da ogni compromesso dei pamphlet.

 

L’Hussard Bleu

agosto 11, 2011

Roger Nimier, intellettuale antagonista, artista neoromantico, allievo e poi consulente editoriale di Céline, muore giovanissimo – appena trentasettenne – nel 1962, schiantandosi con l’amata Aston Martin contro un parapetto. Aveva pubblicato diversi romanzi e un saggio dedicato a Bernanos, dichiarato simpatie monarchiche e osteggiato Sartre e Camus, che lavorava nella stanza a fianco, da Gallimard. Aveva scritto sceneggiature (Ascensore per il patibolo di Malle, 1957) e pubblicato critica letteraria e teatrale. Le sue scelte politiche – non la sua estetica, né la sua opera – hanno condizionato la circolazione delle sue opere, post mortem: storia simile a quella di un altro grande letterato collaborazionista, Drieu La Rochelle. Storia che s’appresta a terminare, perché Le spade, sua opera prima (Gallimard, 1948), tradotta in Italia per la prima volta da Meridiano zero nel 2002, è il primo segno battuto dall’editoria nostrana a circa quarant’anni di distanza dalle pubblicazioni di Longanesi e delle Edizioni dell’Albero (cfr. postfazione di Raffaeli).
Si tratta di un romanzo breve, strutturato in due sezioni (“La congiura” e “Disordine”) suddivise rispettivamente in due capitoli e in diverse parti, non numerate. Io narrante è Franois Sanders, giovane ribelle e anarcoide, non insensibile al fascino del suicidio (narcisista), delle belle donne (più di tutte, l’unica che non può avere: la sorella Claude), delle patrie lettere (Corneille, Proust, Balzac) e dell’appartenenza alla parte sbagliata. Sente la suggestione degli sconfitti, ama appartenere agli odiati: vuole aggredire la nuova Francia, nata sulle ceneri dell’Europa massacrata dalla guerra, rifiuta logiche e approcci dei comunisti e non nasconde diffidenza antisemita. In questo senso è pienamente céliniano, senza – come altri hanno osservato – scivolare nei suoi accessi paranoidi.
Dovendo classificare l’opera, opterei per il genere del romanzo di formazione: dall’adolescenza sino alla giovinezza, attraverso vicissitudini sentimentali, belliche e politiche, meditazioni sullo spirito dei francesi, sulle negligenze dei vincitori, sulla necessità d’adorare il proibito amore.
Secondo i curatori:
“Immaginate Fabrizio Del Dongo insieme a Ferdinand Bardamu – scrive Eraldo Affinati – e avrete in pugno l’animo lacerato di Roger Nimier: la sfrontata alterigia del primo non verrà mai a patti con la disperata canaglieria del secondo, ma entrambi i personaggi concorderanno sempre sull’ipocrisia bellica”. Integra Massimo Raffaeli, nella postfazione: “Il dopoguerra, per lui, non sancisce alcuna liberazione ma dissimula, al contrario, la restaurazione dell’anteguerra. Le spade sono dunque scritte in un vicolo cieco e dell’esistenzialismo mantengono il solo nucleo intransitivo, autistico, la prova di sé allo stato puro, la refrattarietà, sadica come masochista, a ogni conciliazione con l’esistenza”.
Nimier dà del voi ai lettori. Ha una scrittura elegante, un approccio massimalista e caustico, una propensione autentica per l’antagonismo. A tutti i livelli. E un talento limpido per gli aforismi e i paradossi. Vado a campionarne qualcuno per dare un’idea della tecnica, del registro e del tono.
“La massima depravazione esige la massima moralità”. “Avevo orrore del genio e soprattutto di Dio che ritenevo il campione del mondo di divinità. Però adoravo gli angeli”; “Le rivoluzioni vogliono cambiare il mondo, ma il mondo per cambiare non aspetta”; “Amo quest’epoca disumana. Il gusto dell’infelicità non lega necessariamente con la tenerezza”; “Adoro le bilance, la loro precisione rigorosa. Ecco. Le cose si pesano, eternamente simili”; “Un suicidio, è il contrario della morte”; “Non si possono prendere per mano i personaggi dei quadri, la loro passeggiata è interiore. Vietato entrare nelle loro foreste” e via dicendo. È uno degli ultimi dandy; divertente e velenoso nel distacco esibito nei confronti dei circuiti dei benestanti (cfr. pagine su Cannes), e nel ribellismo ostentato. In questi aspetti, è decisamente fratello di Drieu.
Appartiene come Drieu alla borghesia, come Drieu dei borghesi si gioca.
Nimier è capace di descrizioni erotiche e sensuali; voyeur e innamorato della bellezza, adolescente divertito dal proibito, presto stanco e assuefatto dal lecito e dal consentito, sembra idolatrare la sorella per tenere vivo un tabù, per fomentare artificialmente un desiderio di qualcosa di impossibile, e quindi di eternamente seducente. Le immagini di lei nuda – al principio e a un passo dall’epilogo della vicenda – rubate o raccontate, sono un martirio delizioso, ideale viatico all’ultima battuta: una liberazione dalla chimera che non persuade. Uomo pieno di donne nell’accezione di Drieu, insoddisfatto della rinascita d’una nazione che sente condannata alla decadenza – Parigi in festa è intollerabile, per chi combatteva un’altra guerra per un’altra patria – è un omicida dei simboli del tempo nuovo. Né Meaulnes né Antoine, Franois Sanders brucia di rabbia, di amore, di ingiustizia: vellicando il fuoco fatuo. Né Dio né più patria, né famiglia: madre già ombra, padre colonnello freddo e distaccato, presto prigioniero dei tedeschi per la gioia dell’erede, e sorella trasformata in oggetto del desiderio. Non sembra destro, sembra modernissimo nel suo individualismo: politico, letterario, esistenziale.
Da rivalutare.

Lankelout.Eu, 24.8.2008

Gianfranco Franchi

L’anti-esistenzialista Nimier torna in libreria a 40 anni dalla morte.

A quarantanni dalla morte di Roger Nimier, critico, sceneggiatore cinematografico e animatore di una fronda che si opponeva al romanzo esistenzialista, la casa editrice padovana Meridiano zero ha pubblicato nella traduzione di Massimo Raffaeli la sua più celebre opera Le spade che nel 1948 ne ha sancito l’esordio. Lo scrittore è prematuramente scomparso all’età di 36 anni, lasciando sette opere considerate di grande rilievo.
Gli sono bastati 23 anni per spaccare a metà il mondo della cultura francese. Gli sono bastati 150 folli chilometri all’ora per morire nell’ingenua speranza di essere ricordato per quella sua vita sprezzante e spericolata, per quei romanzi fulminei come la sua Aston Martin lanciata a velocità cieca contro chissà chi e chissà cosa. 
Roger Nimier muore a 36 anni, quando uno scrittore inizia a trovare il suo spessore umano, quando la vita comincia a non essere più solo una battaglia, quando si dovrebbe intravedere una via di uscita nel labirinto delle disperazioni giovanili e riconciliarsi con i folli tentativi per un eroico suicidio. Si lascia morire invece, Roger Nimier, sfracellandosi contro il parapetto di un cavalcavia francese in una notte d’autunno del 1962.
Quarant’anni dopo, il bisogno categorico di un gesto eroico che rimanga nella mente e nel cuore dell’umanità appare rimosso, accantonato, reso goffo e ridicolo dall’assenza di memoria. Di Roger Nimier ne l’Italia ne l’Europa conserva un ricordo significativo, e nemmeno il ventre molle della Francia letteraria degna di un po’ d’attenzione questo scrittore beffardamente cinico e iconoclasta.
Eppure, appena sfiorato il traguardo dei vent’anni, Nimer è già autore acclamato, considerato il capofila di un gruppo di scrittori che non ne può più del romanzo esistenzialista, della pesantezza delle atmosfere sartiane, demolite con gioiosità da una scrittura disinvolta e aggressiva.
A Nimier basta un romanzo semi-autobiografico, festoso e cinico come L’Ussaro Blu, per mettere alle corde i vecchi esistenzialisti e per divenire capo carismatico di un gruppo dei nuovi ribelli francesi, come Laurent, Déon, Blondin, che la vecchia critica appella sprezzantemente con i termini di ussari e fascisti. Iniziata con Le Spade e passata attraverso la fortuna dell’Ussaro Blu, la produzione di Nimier si espande tramite altri romanzi rabbiosi e insolenti come Bambini tristi e Storia di un amore.
Poi il nulla: l’avventura letteraria di Nimier pare fermarsi del tutto. Quasi una noia distratta nei confronti della scrittura. Divenuto direttore letterario della casa editrice Gallimard, Nimier smette di editare romanzi; piuttosto si rivolge timidamente al cinema: briciole e residui di una produttività affievolita e spenta come solo può smorzarsi in nulla e in breve un fuoco violento e devastante. La firma di Nimer compare dapprima nel 1952, sulla sceneggiatura di uno dei tre episodi che compongono il film di Michelangelo Antonioni I Vinti, che offre uno spaccato crudo su una sorta di gioventù bruciata assai meno romantica di quella immaginata dalla cinematografia americana. Poi a fianco di Louis Malie nella sceneggiatura del romanzo di Noel Calef Ascensore per il patibolo. Altra traccia di produzione letteraria non c’è. Pare la morte di una attività. Pare ravvicinarsi costante, e enigmatico al concetto di morte individuale.
“Contro la morte ci armiamo per una sconfitta. Non osiamo guardare in faccia una cosa così semplice.” Così l’affronto della morte, diviene motivo dominante della vita di Nimier ben più della letteratura. Definita l’impossibilità di vivere, esprimendo in pieno quelle potenzialità dell’essere umano, piegate e costrette dalle convenzioni fatte su misura per i deboli e gli incapaci, Nimier inizia la sua ricerca della morte, la nemica da stanare e affrontare impavidamente. E allora la morte arriva, cercata e voluta in una sconsolata notte d’autunno in uno spaventoso incidente stradale. Ma a differenza di altre morti celebri, quella di Nimier non produce leggenda o immortalità.
Censurato, rimosso, punito per la sua eccessiva esuberanza e per la sua ostentata appartenenza alla destra, il suo nome viaggia da solo nei labirinti della memoria collettiva, senza la compagnia di James Dean o di Albert Camus. Ma del resto era stato lui a profetizzare che “a certi uomini non restano da percorrere che strade di solitudine”.

Paolo Patui

( Gazzettino, 6.11.2002)

***

Le spade di Nimier infilzano la morale.

Tradotto in italiano, a oltre mezzo secolo dalla prima edizione francese, il libro di un autore controcorrente.
Fra nihilismo e richiamo della sconfitta.

La letteratura politicamente scorretta non ha avuto vita facile nel Novecento. Così succede che un romanzo eccentrico e paradossale, estremo e sorprendente come Le spade di Roger Nimier veda la luce in traduzione italiana a più di cinquant’anni dalla sua prima edizione francese: da Gallimard, nel 1948. D’altra parte anche in patria la letteratura dello sporco, cattivo, controcorrente Nimier ha subito più di un ostracismo. Tanto che nel 1962, anno della morte prematura dell’autore, François Mauriac ebbe a parlare su Le Figaro di un veleno che da centocinquant’anni la gioventù bruciata si passava di mano in mano, concludendone che Nimier non era degno della Chiesa. Ma quali erano le colpe dello scrittore nato a Parigi nel 1925? Il dossier a suo carico è tutto nel libro d’esordio, pubblicato ad appena ventitré anni e che ora Meridiano zero si incarica di mandare in libreria, nella traduzione di Massimo Raffaeli e con una introduzione di Eraldo Affinati.
Le spade comincia con una scena di piacere solitario, che il quindicenne François Sanders consuma sopra una foto di Marlene Dietrich. E prosegue con un teatrale tentativo di suicidio del ragazzino: finito a vuoto, naturalmente. Sventato dall’arrivo della sorella, Claude, uno dei perni della sua vita: una creatura solenne e dolce, spiritosa e incantevole. Per lei François prova un sentimento profondo e intricato, in cui l’affetto e la complicità rasentano una forma di sognante innamoramento, un’attrazione psicologicamente incestuosa. Si, perché fratello e sorella escono insieme e si comportano quasi come fidanzati. E certo la gelosia sottile e penetrate di lui ha qualcosa di malato, anche se agli occhi di lei si riscatta e giustifica come necessario, superiore amore. Sarebbe ancora poco se quello che Nimier ha da raccontarci fosse soltanto un’adolescenza turbata, incerta e spettrale. La storia irrompe presto nelle pagine disinvolte, lievi e insieme terribili, di questo racconto lungo. La Francia scende nell’arena della seconda guerra mondiale, e la scena cambia. L’autoritario colonnello padre dei due ragazzi (la madre è morta da tempo) è al fronte e cade prigioniero dei tedeschi, François ne è – nemmeno tanto nascostamente – soddisfatto. Gli si spalanca davanti l’avventura della vita, da mordere senza precauzioni e divieti. Nemmeno ventenne, Sanders si trova a giocare la sua parte nella travagliata vicenda della Francia occupata. La partita non si decide a livello di ideologia o di coscienza: Sanders non ne ha nessuna, non crede in nulla, non rispetta alcunché. Agisce per noia, noncuranza, indifferenza. Le frasi, agghiaccianti e velenose davvero, che descrivono questo stato di anestesia morale sono tante, fitte, fino a formare il vero Leitmotiv del romanzo (“il sangue è come il resto: passati i diecimila litri, non è più una tragedia, ma un’industria nazionale”; oppure: “non ne sapevo niente. Dato che ero deciso, avrei giocato il gioco fino in fondo. Con indifferenza. Con noia”).
Così Sanders, trascinato da alcune conoscenze, decide di intraprendere un attentato per conto della Resistenza. Entra nelle file della temutissima e crudele milizia di Darnand per ucciderne il capo. Ci prova, effettivamente. Ma un caso (uno scambio di pastrani) vuole che egli, quando il piano viene scoperto e sventato, sia trovato senza armi e che del tentato omicidio sia incolpato un altro al suo posto. Sostiene le torture e il processo a ciglio asciutto: qualcuno lo aveva venduto, e lui a sua volta tradisce i compagni con i quali aveva ideato l’azione. Li vede condannati e poi uccisi, a bruciapelo. Non solo se la cava, ma decide di dar retta al consiglio del suo superiore e di impegnarsi a fondo dalla parte della milizia. Comincia a perseguitare, brutalmente, i resistenti, salvo qualche illogica, brusca manovra in senso contrario.
Ecco il punto: la politica c’entra solo marginalmente, Sanders (alter ego dell’autore, che certo fu simpatizzante dell’Action Francaise) è uno che ha del mondo una visione estetica, superomistica, grottesca. Dice di sentire forte il richiamo della rovina, della sconfitta definitiva: i francesi che lottano contro l’occupazione sono dalla parte giusta della storia, lui avverte il fascino assurdo del torto, dello stare con i destinati alla sconfitta, con i cattivi, i torvi. Rappresenta, Nimier, un esistenzialismo secco e assoluto, senza riscatto: un “esistenzialista d’opposizione”, un “anti-Camus” lo ha definito uno dei suoi pochi conoscitori italiani, Maurizio Serra. Per sfida, scommessa, gioco Sanders uccide, ripetutamente. Con voluttà, con precisione, con insofferenza.
Nel profondo niente ha veramente significato; quello che Nimier celebra, in pagine appuntite e ulceranti, è la totale insensatezza, l’assurdo. Lo stesso postulato da Beckett o dall’unico, vero maestro di Nimier: quel Celine di cui fu amico e poi, come funzionario editoriale, consigliere. Ma nella scrittura, Nimier è all’opposto dell’autore del Viaggio al termine della notte. Quanto Céline ama la scrittura vorticosa, l’espressionismo, la furia verbale, tanto Nimier è scarno, impeccabile, distante. Uno stilista algido, perfetto e alienante: “Ho rivisto con emozione la terra che avevo battuto con gli scarponi da milite. Ci tornavo da innocente. Il popolo dimenticava i suoi boia tanto presto quanto i suoi martiri”. Anche il finale, sorprendente e insensato, è all’insegna di questo gesto stilistico assoluto, irrelato.
Insinuante, amorale, distruttivo; Nimier fu tale, in ciò Mauriac non si sbagliava. Ma lo scrittore francese, viveur e dandy, che si sarebbe schiantato a nemmeno quarant’anni su una delle vetture di lusso che amava, una Aston Martin, sul raccordo Parigi Ovest, rappresenta una specie di cartina di tornasole per vedere senza schermi o maschere l’assurdità, la gratuità crudele del secolo. Per questo, forse, pur riconoscendone la pericolosità e il veleno spirituale, vale la pena, oggi, di rileggere il suo piccolo, urticante capolavoro.

L’Ussaro che scrisse per l’amico Louis Malle

Nato a Parigi nel 1925 Roger Nimier si arruola nel 1945, dopo la Liberazione, nel Secondo Reggimento Ussari.
Quindi entra nell’agone letterario, fronda destrorsa all’esistenzialismo di Sartre e Camus. 
Oltre a Le spade (1948), scrive Perfide (1950), L’Hussard bleu (1950), Les enfants tristes (1951) e D’Artagnan amoureux ou Cinq ans avant (1962). Come sceneggiatore, aveva scritto tra l’altro Ascensore per il patibolo (l957) per l’amico Louis Malle.
In italiano erano finora apparsi Storia di un amore (1962),D’Artagnan innamorato ovvero Cinque anni prima (1964) e Giovani tristi (1964).

Daniele Piccini

(Il Giornale, 24.1o.2002)

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James Dean delle lettere francesi

Non scriveva per il pubblico, ma solo per amici e nemici. Detestava l’engagement e amava provocare coi suoi modi insolenti. Adorava le auto di gran lusso: e morì sulla sua Aston Martin. 
Poche righe frettolose nelle storie letterarie, quando va bene. È quello cui ha diritto il James Dean della letteratura francese, Roger Nimier, di cui in questi giorni esce in Italia un provocatorio romanzo, Le spade (a cura di Massimo Raffaeli). 
È la storia di un adolescente che passa dai partigiani alla milizia collaborazionista mettendo a nudo la gratuità della violenza nella guerra civile, la retorica della destra e quella della sinistra. Era un libro controcorrente nel 1948, in una cultura largamente controllata dalla sinistra. Ma Nimier (1925-1962) era attratto dalle sfide sproporzionate e dallo scandalo. Era arrivato tardi per la guerra. Era come quegli ufficiali che, dopo la caduta di Napoleone, passavano il tempo a sfidare a duello i militari del regime borbonico. La sua sciabola era la raffinata laconicità di uno stile affilato dall’ironia. Gli piaceva provocare, travolgere, esplicitare l’inconfessabile: la gratuità del mondo. Dopo l’uscita del libro, ostentava all’occhiello una minuscola spada. Era la sua filosofia. 
Nella vita c’erano sempre delle spade puntate e due scelte: sottrarsi o misurarsi con le loro lame per sentirsi vivere. Bello, chiuso in un’eleganza un po’ a rigida, Nimier più che camminare sembrava andare all’assalto. Per fare arrabbiare i resistenti dell’ultima ora, ansiosi di reinventarsi un passato bellicoso, lasciava cadere con disinvoltura: “Quando ero nelle Waffen SS…”. A Nimier non spiaceva essere definito ’fascista’. Non che lo fosse veramente, ma preferiva l’infamia al conformismo.
La sua ribellione si esprimeva anche in un francese sfacciatamente classico ed elegante. Quel dandy insolente non scriveva per il pubblico, ma per gli amici e i nemici. Era amico di Orson Welles, di Jeanne Moreau e di Louis Malle. Nel suo affettuoso disprezzo per lo stereotipo dell’intellettuale impegnato, amava le fuoriserie e le fastose bellezze platinate. Non gli bastava gettare il guanto all’egemonia culturale, doveva sfogare la sua sete di battersi anche nel rugby e nella boxe: “Sono attratto dal sudore e dal sangue, dalla gratuità della cosa. E potermi battere realmente mi sembra stupendo”.
Indifferente all’ostracismo della sinistra, Nimer rintracciò la sua parentela dispersa dalle epurazioni letterarie. Rilanciò Paul Morand, confinato in un limbo per la adesione a Vìchy. Morand cercava di allontanarlo dalle spacconate politiche: “Niente politica perché tutto è perduto. Stattene tranquillo”. Ma quella non era una cosa che si potesse chiedere a Roger. La domenica faceva visita a un altro grande isolato, Louis-Ferdinand Céline, che lo trovava simpatico e apprezzava le sue auto. Sarebbe stato Nimier a spingere Gallimard a pubblicare Da un castello all’altro di Céline. Nimier, notò Curzio Malaparte, “ride di tutto. Ha un modo di ridere che mi fa pensare a quello del credente che ride dell’ateo”.
Nimier scorrazzava per le vie di Parigi sulla sua Jaguar con la capote abbassata in pieno inverno. Morand lo aveva avvertito: “Ti rimprovereranno la Jaguar per tutta la vita, il che è ottimo. Dimenticheranno perfino la tua bellezza e il tuo talento, ma la Jaguar mai”. Nel baule dell’auto c’era sempre un volume del Littré, il più raffinato dizionario di francese.
Sanders, l’eroe superbo, insolente, disperato di Spade, rispuntò in un’opera successiva, L’ussaro blu, ambientata nella Seconda guerra mondiale. Nimier fu un critico superbo, pieno di intuizioni. Il 28 settembre 1962 si schiantò con la sua Aston Martin. Lasciava dietro di sé un omaggio a Dumas, il deliziosoD’Artagnan innamorato. Parafrasandolo: “Se fosse sopravvissuto, oggi avrebbe 70 anni. Impossibile. Aveva troppa fretta di raggiungere il popolo delle statue, cui somigliava tanto”.

Giuseppe Scaraffia

(PANORAMA,24.10.2002)
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Fedele a un personale ideale di purezza, François Sanders è un adolescente guerriero senza ideali che passa dai ranghi della Resistenza alla Collaborazione nel disprezzo di qualsiasi morale. Monologhi rapidi, stile “parlato” che richiama Céline, Le spade di Roger Nimier trasforma una paurosa vicinanza psicologica tra autore e protagonista in un romanzo di formazione nichilista.

Elio Nasuelli (Sette/Corriere della Sera, 24.10.2002)

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Le spade: tutti contro tutto

Un adolescente sensibile e pedante tenta il suicidio. Ma il piano nefasto va in fumo per l’intervento di sua sorella, della quale il giovane è ovviamente innamorato. E così la tormentata vita di questo piccolo antieroe romantico va avanti, sullo sfondo della Francia occupata dai nazisti, oscillando tra resistenza e collaborazionismo solo per il gusto nichilista di tradire e spiazzare tutti, soprattutto se stesso. 
Entro un quarto d’ora mi ammazzerò. Mi chiamo Franois Sanders e sono studente di terza in un liceo della capitale. Dichiaro subito che non sono molti gli studenti a me paragonabili nella maggior parte delle discipline. (…) Sono più serio della maggioranza della gente, il che non è difficile. Conosco le navi da guerra di tutti i paesi del mondo (…) Amo Corneille, e Proust, Balzac. Ciò dimostra che ho passato l’età della ragione. Lo dico a titolo informativo.” 
Roger Nimier è morto il 28 Settembre 1962. Si è schiantato a duecento all’ora al volante della sua fiammante Aston Martin. Bello, arrogante, insofferente e sicuramente anche sofferente (se non di altro, della vita, del mondo, di dover ottemperare al banale quotidiano obbligo di vivere). Lo scrittore francese è in questi mesi al centro di una vera e propria riscoperta. E “Le spade”, il suo romanzo di esordio, è un vero e proprio manifesto programmatico: Nimier amava più di ogni altra cosa provocare, fino al punto di appiccicarsi addosso da solo (sicuramente esagerando) l’etichetta di fascista e filo-nazista in un ambiente culturale, quello della Francia del dopoguerra, egemonizzato dall’intellighenzia di sinistra. E dallo stereotipo dello scrittore impegnato faceva di tutto per distinguersi anche fisicamente: elegantissimo, amava mostrarsi al volante di fuoriserie e sempre sottobraccio a biondone prosperose. Come dice il critico Giuseppe Scaraffia di lui, “…preferiva l’infamia al conformismo”: esattamente come Franois, l’adolescente tormentato de “Le spade”, che sembra spendere tutte le sue energie “solo” nel combattere col mondo, nel cercare una nuova e più fastidiosa via alla differenza. Partigiano, collaborazionista dei Nazisti, assassino, stupratore, torturato e torturatore senza soluzione di continuità, amorale più che immorale, Franois attraversa in compagnia della sua dolcissima schiava-sorella-amante-tiranna le duecento pagine scarse di questo romanzo narrato in prima persona con uno stile acerbo ma sfrontato, sgradevole quanto basta da renderlo importante.

David Frati

(www.Lettera.com, 24.10.2002)


Le spade: tutti contro tutto

Spade senza rocce

“…non mentite a voi stessi, chi mente a se stesso perde il rispetto di sé e degli altri. Può essere il primo a offendersi… Così si arriva al vero odio”.
Un romanzo del 1948 prende a narrare una realtà disillusa, annoiata, un’esistenza senza esistere che tanto sembra andare accanto ad un concetto, anzi all’assenza di concetto di vissuto, dei giorni nostri. 
Forse nel 1948 l’idea di Resistenza soprattutto in Francia, l’idea di arruolamento, di Milizia poteva ancora portare qualche reminiscenza di motivo e desiderio di vivere. Qualcosa di inconsciamente intrinseco all’esistere umano, come se derivasse dalla genetica e fosse un rimasuglio di tutto ciò che di ribelle e combattivo avevano avuto i nostri padri. 
Oggi che si gioca con la morte al punto da non rendersi conto che uccide per davvero e che porta con sé la fine, l’unica fine sulla quale non esiste ciak di regista che risveglia d’incanto i corpi senza pathos e senza pianti di parenti, non sappiamo nemmeno più perché si muore. 
Così diventa tragicamente moderno il romanzo di Roger Nimier che Meridiano zero propone al pubblico italiano per permettere di conoscere un’altra voce autorevole del panorama letterario francese. 
Siamo a leggere della storia cinica e grottesca di Francois Sanders, “un ragazzino piuttosto biondo” innamorato della sorella che a sua volta vive storie di altri amori, che prepara il suicidio accuratamente, senza forse rendersi conto che non sarà mai abbastanza determinato e coraggioso da portarlo a termine. 
È la storia di una generazione che vive di interessi e di entusiasmi di riporto, che comincia una querelle con se stessa e va in giro a seminare intrinsecamente guai: prima partigiano, poi collaborazionista, il ragazzo di fatto è cresciuto troppo in fretta in un mondo che non capisce e che si è impadronito della giovinezza come oggi si impadroniscono dei nostri figli impegni troppo impegnativi ed impegnati per loro. I viaggi, la scuola, la palestra, gli amici: tutti obblighi che li attanagliano togliendo il gusto del fare per il voluto, per il fare, per il volere. 
Non era facile avere vent’anni nel 1945, sulle macerie di una guerra. Ma forse non è facile avere dieci anni nemmeno oggi, sulle rovine dei valori e di una famiglia che non esiste più. Non tanto perché non esista per davvero, quanto perché il gusto di essere famiglia umana collettiva si è perso dietro la doverosa difesa di un individualismo che ci permette di essere adulti consapevoli ma che ci annulla la dimensione bambina che non dovremmo perdere mai. 
La liberazione di Parigi descritta da un collaborazionista incapace di uccidersi diventa allora la carta carbone del ventesimo secolo: là dove la folla esulta, il giovane perduto percorre il sentiero della rivolta solitaria, senza sapere in realtà quale fosse la rivolta giusta. 
Colui che si sentiva più grande di coloro che venivano interrogati sotto tortura nei commissariati, capaci di riassumere la propria vita in quattro pagine di quadernone, senza l’uniforme di Vichy non era di colpo più niente. 
E oggi l’uniforme non la porta quasi più nessuno… 
Roger Nimier nasce a Parigi nel 1925; nel 1945 si arruola nel secondo Reggimento degli Ussari e scrive il suo primo libro nel 1948, proprio Le spade, per le Edizioni Gallimard. Collabora a sceneggiature cinematografiche e assume sempre più il ruolo dell’avvocato del diavolo, istigatore nella gioventù di un veleno, come lo chiamerà il premio Nobel Mauriac, che lo rendeva indegno della Chiesa secondo quest’eminente accademico di Francia. 
Lo stile di Nimier è pressante e disinvolto, provocatorio, suscitante interrogativi intrinseci e debite risposte che si devono leggere tra le righe e prendere così, come si può prendere una storia apparentemente vera, di quel realismo che troppo spesso si spegne nell’abitudinarietà dell’essere e della vita.

Alessia Biasiol

(Nonsololinke.com, 21.1o.20002)

Augias e la farsa del Sacro

giugno 7, 2008

Nell’ultima trasmissione “Enigmi”,andata in onda su Raitre, Corrado Augias, che pare vieppiù assomigliare al celebre Ridolini, attor comico del secolo scorso, ha voluto affrontare il tema del satanismo, piatto forte di qualsiasi show men, intellettuale-scrittore- presentatore, che voglia richiamare l’attenzione del pubblico di palato facile e dalle tendenze morbose, come si addice alla moderna società di massa, tanto più incolta, quanto più credula e manipolabile.

Che Augias, al pari dei suoi colleghi di cordata presenti, dalla preistoria, nella TV giacobinadella terza rete, abbia come missione ben remunerata (dai contribuenti)quella di manipolare le folle teledipendenti, ormai è chiaro perfino ai bambini.

Negli ultimi tempi, si è acceso a comando un nuovo interesse per la pseudo-religione e, traendo spunto dai numerosi fatti di cronaca nera, in cui si mescola la criminalità comune con sette diaboliche di vario tipo, qualsiasi imbonitore televisivo si lancia a testa bassa, per cogliere furbescamente qualche risultato nella battaglia quotidiana, che i vecchi militanti della gauche di piazza e di governo, continuano a sostenere contro la Chiesa cattolica, simbolo di tutti gli oscurantismi, di ieri, di oggi e di domani.

Da laici non laicisti avremmo pensato ad un’inchiesta obiettiva che mettesse a fuoco il problema, certamente grave, separando i fatti dalle opinioni, come regola d’oro dell’informazione.

Ma siccome in Italia, lafazionedeve conquistare consensi per ilbene della causa, ecco che si rimescolano le carte, non tanto per rendere un servizio al pubblico, quanto per orientarlo verso il pregiudizio marxleninista o neopositivista, atto a smantellare la “Reazione in agguato”, da sempre annidata nelle schiere vaticane.

Sicché si è organizzata una tavola rotonda, nella quale il posto minoritario doveva necessariamente spettare al sacerdote di turno, perché potesse apparire chiaro a tutti qual è il vero errore d’impostazione ideologica, contornandolo di personaggi, ormai da rotocalco, o utili idioti, o quinte colonne, per accreditare le tesi più funzionali alla critica demolitrice dell’Istituzione religiosa.

Nella passerella dell’ultimo spettacolino organizzato dal volpino Augias, anch’egli misuratosi con il cristianesimo giallo o noire, come va di moda adesso, scrivendo un’Inchiesta su Gesùdall’esito quanto mai incerto, sono sfilati dunque, oltre al Don Aldo (prete benemerito nel sociale, per la lotta alle sette sataniche, con la sua meritevole organizzazione della quale non possono parlar male neppure i più accaniti anticlericali), il filo-plagiatore radical chicUmberto Galimberti ed il neo-teologo presenzialista,Vito Mancuso(unico intellettuale ammesso nei buoni salotti teleprogressisti, dopo il battesimo ottenuto con Otto e mezzo, circa un anno fa, per il best-seller, in lieve odore d’ eresia, dal titolo “L’anima ed il suo destino”), oltre ad un onesto investigatore privato, collaboratore delle forze dell’ordine,ma di scarsa influenza per la formazione delle idee.
Le quali, viceversa, nell’intento di Corrado “Ridolini” dovevano essere elargite a piene mani del duo Umberto-Vito, i veri maitre à penserdella situazione, probabilmente uniti nel comune disegno di realizzare un accordo secolare di stampo teo-scientista.

A contenere le interpretazioni passatistedel sacerdote circa il maligno, il diabolico, le possessioni ed i delitti di setta, ci ha pensato il moderatore, pronto ad interrompere qualsivoglia ragionamento politically incorrect, minacciando la scarsità di secondi a disposizione dell’interlocutore impertinente, mentre a straparlare dell’immaginifico binomio “Sacro e Follia”, che la Chiesa di Roma trascura costantemente di combattere (sic!),avendo come interessi prevalenti temi minoritari e moralistici, provvedeva l’illustre semiologo Galimberti, mescolando allegramente il mito di Dioniso con il male del mondo,ricollegando, non si sa bene come e perché, alla pazzia del nostro tempo la sacralità,non relegata, nella sfera ad essa precipua, dalla classe ecclesiastica, disattendendo così i propri compiti(! ? !)sia mondani che ultramondani.

Orbene, se la trasmissione ha sortito un effetto, non pare sia stato quello propostosi dall’ineffabile conduttore, il quale, un po’ insoddisfatto in chiusura, ha tentato disperatamente di ottenebrare almeno il termine “Spirito Santo” ostinatamente innalzato come un vessillo crociato da un Don Aldo pervicacemente legato a doppio filo all’ortodossia della propria fede.

Invano l’anchor men, un po’ comicamente, rimproverava al Prof. Mancuso di non aver adeguatamente difeso il neologismo teleogale, consistente nella parola pittoresca e taumaturgica “Energia”, evidentemente ritenuta, nella sua alternatività, più consona alla tutela dell’ambiente razionalista e più promettente per i fautori della”Religione fai da te”, la sola ammissibile per il pensiero unico della sinistra fondamentalista.

P.S.

Al Prof Galimberti suggeriamo di attingere per le prossime performaces, scritte o parlate, dal libro di Mircea Eliade “Il sacro ed il profano”.

In esso troverà, forse, la spiegazione della follia e dei crimini delle sette, frutti perversi di un mondo desacralizzato.

 
 
 

 

Archeologi veri o presunti?

giugno 2, 2008

“NURAGICI E BALENTES”

Il Prof Carlo Maxia è un noto studioso di archeologia, dotato di appeal e sense of humour.
Potreste tranquillamente definirlo un esemplare dell’etnia anglo-sarda-araba, una rara specie dedita alla ricerca ed allo stesso tempo attenta al mondo concreto: personaggi che vedono il mondo con gli occhi dinsincantati degli intellettuali, ed ancor più la storia come inesauribile avvicendarsi di poco epiche costumanze.


Tant’è che nei suoi saggi acuti per interpretazione dei fatti e brillanti per il tono divertito con cui elabora le proprie teorie, il professore non esita ad andare controcorrente ed a lanciare le proprie frecce intrise di caustico pessimismo contro le teorie dominanti anche in campo scientifico.


Ora mi è capitato di leggere un lungo articolo(*) frutto dei suoi studi sulla religiosità dei nuragici, con il quale fa piazza pulita dei luoghi comuni, che trovano tuttora largo riscontro in una certa idea del popolo sardo e della terra antica a forma di sandalo.

Non esiterò a tornare sull’argomento se sarà il caso.

Però contro la balentìa ancora imperante nell’isola, come categoria culturale ed etica, il docente non è d’accordo e si vede lontano un miglio.


I protosardi non solo erano piccoli di statura, ma furono conquistati in un batter di ciglio dai cartaginesi, divenendo loro schiavi o, nella migliore delle ipotesi, loro piccoli mercenari.

Secondo lui, poi, il riso sardonico non aveva nulla di profondo, come qualcuno tentò di dire: era semplicemente dovuto all’uso di una sostanza psicotropa, che rendeva intontiti e produceva le smorfie rappresentate dalle maschere antiche ( e qui il Prof. Maxia cita un altro sardo colto e spiritoso come il Prof. Gessa).

Infine, questi nuragici non facevano bronzetti, perché troppo poveri (avevano lo stagno, ma non il rame), né s’interessavano a guerre o scorribande tali da impensierire i conquistatori che si succedettero nell’isola.

L’unico vanto che ad essi può esser concesso è che fossero religiosi e molto devoti agli antenati ed al dio Sole (!), non tanto al Sardus Pater ad altre divinità di stampo classico od ellenistico, come la fantasia di altri scrittori ha fatto propendere a credere.

Sacrificavano col sangue del toro sulle migliaia di are sacrificali sparse un po’ ovunque in Sardegna, venerando l’acqua (i famosi “pozzi sacri” derivano da quest’attitudine) ed i pascoli per le greggi.

Se qualche assonanza può rintracciarsi con altrettanto antiche popolazioni, esse vanno rintracciate non con i celti e gl’ indoeuropei, ma con alcune tribù africane….., peraltro non cannibaliste, ci pare di capire.

Bene.

Il testo da cui ho tratto queste asserzioni, più o meno colorite, risale agli anni settanta. In esso si criticano ancora le amministrazioni pubbliche cagliaritane per il disordine imperante in città.

Oggi mi pare che qualche progresso ci sia stato, fino a definire Cagliari, nonostante i tempi, una delle più belle, pulite ed ordinate città del mediterraneo.

Ignoro per il momento se analoghi passi avanti nella ricerca archeologica e negli studi etnologici siano stati fatti, per non deprimere troppo i cultori di Shardana, nonché i balentes di ieri e di oggi.

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(*)Carlo Maxia, Religiosità dei nuragici ed are sacrificali, Rendiconti del Seminario di Scienze dell’Università di Cagliari, fasc. 3\4 1974.

L’Ussaro Cattabiani

maggio 29, 2008

giovedì, maggio 29, 2008

L’Ussaro ed il solstizio d ‘estate

L’approssimarsi del solstizio d’estate mi ha fatto tornare all’Ussaro, uno dei miei blog preferiti.
A dire il vero l’occasione mi è stata data da un post letto su blogger in ricordo di Alfredo Cattabiani, sulla pagina web curata dalla moglie, Marina Cepeda Fuentes, dal titolo, intrigante e divertente, “Che cosa bolle in pentola?”
La signora, dotata di senso dell’umorismo e di brillante intelligenza, possiede anche altre due doti non comuni, che sono la semplicità e la sensibilità (non smancerosa, ma essenziale e profonda), derivanti forse dalla sua origine spagnola.
Ho letto per caso l’articolo con cui ella ricordava con malinconia l’anniversario della scomparsa di suo marito, esteta ( nel senso migliore e raffinato del termine), cultore delle tradizioni, ed irripetibile organizzatore culturale controcorrente.
Uomo esemplare per l’anticonformismo ed il coraggio intellettuale con cui nell’arco di una vita (purtroppo non lunga) ha combattutto luoghi comuni e pregiudizi, conformismi feroci e mode insulse, Cattabiani mi era noto dai tempi di una rivista ora introvabile “Pagine Libere“, cui, ai tempi dell’università, ero abbonato.
Ricordo ancora come su quella pubblicazione compiva il primo passo per superare la politica spicciola e dirigersi verso riflessioni metafisiche, sulla scia degl’insegnamenti di Augusto del Noce.
E poi mi ritorna alla mente la sua partecipazione (inaudita ai tempi del postsessantottismo ) ad una trasmissione della terza rete Rai, dedicata al commento mattutino dei giornali, nella quale si era autodefinito “Il grillo parlante”, dopo aver accennato al suo tardivo ingresso nel mondo giornalistico, superando gli esami, per l’iscrizione all’albo, alla bella età di cinquantanni, lui che già aveva alle spalle un’importante attività di direttore editoriale presso le case editrici L’Albero e Rusconi.
Proprio alle Edizioni dell’Albero e ad Alfredo Cattabiani, il quale ne curò l’introduzione in Italia per la prima volta, devo la scoperta di uno dei più noti Hussards, Roger Nimier, con il suo pregevolissimo romanzo “Giovani Tristi“, che rimane ancora uno dei libri migliori di quella splendida scuola di letterati e di scrittori anti- ideologici.
Ho continuato per anni a seguire le gesta di Cattabiani, anch’egli Ussaro e Moschettiere (i suoi baffi alla D’artagnan, oltre tutto, autorizzavano l’appellativo) della carta stampata, privo di preclusioni ideologiche e con una sete inesauribile di sapere e la testarda volontà di diffondere idee non convenzionali.
Gli sono rimasto legato anche non condividendone sempre i punti di vista, dettati sempre dal cuore e dalla mente e mai condizionati da opportunismi.
Il giorno in cui m’imbattei nel blog di Marina Cepeda Fuentes, cercavo di rintracciare qualche testo di Alfredo, dedicato alla centralità dell’uomo e alla coltivazione delle qualità umane più pregevoli, in quanto inscrivibili in una sorta d’impermanenza, come caratteri indelebili, nonostante il trascorrere del tempo e la caducità dell’esistenza, nella memoria individuale e collettiva.
Sarà stata una di quelle coincidenze casuali, che ci muovono inconsapevolmente verso l’alto, per nuove conquiste o per riscoperte intellettuali, da cui trarre altri frutti, favoriti dall’incipiente solstizio d’estate.

Un parente(bruttino) di Sgarbi

agosto 25, 2007

Non conoscevo la persona dello scrittore Parente, se non dagli articoli che pubblica su vari quotidiani e settimanali, sorprendentti per le affermazioni non banali, ma neanche troppo originali, peraltro esposte con corretto linguaggio e forma brillante.

 

A vederlo in TV per la prima volta, mi ha sconcertato invece la somiglianza nella voce,  nei modi e nella fisionomia con Vittorio Sgarbi.

 

Massimiliano Parente, ad onta del nome imponente, ha le fattezze più grossolane, i capelli irti come un riccio, ma se lo si sente parlare soltanto, senz’apparire in video, da’ l’impressione di essere il fratello minore del noto critico.

 

E’ giovane e migliorerà senz’altro il suo approccio col pubblico: imparerà a misurare parole e concetti, quando la carica narcisistica avrà lasciato il posto ad una matura visione delle cose.

 

Per ora bisogna accontentarsi.

 

Non  va al mare il virgulto scrittore, poi è solidale con Pannella, e cita doviziosamente Leopardi.

Tre fattori positivi.

 

Ha gli occhiali rettangolari, la spuma nei capelli e agita braccia coperte da camicie sbottonate ai polsi.

Tre elementi negativi.

 

Il lato peggiore consiste, peraltro, proprio nell’imitare Sgarbi.

 Lasci perdere quell’esempio, Parente.

 Il pubblico è già troppo paziente con il primo figuro, geniale e bizzarro, ma anche troppo ossessivo-compulsivo per potersi concedere un doppione, meno colto e bruttino.