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Crisi del liberismo?

dicembre 16, 2007

A44byk5cai9sw5ecahyblvxcamhnjo1canv Sulla “Stampa” di oggi, Barbara Spinelli scrive un polemico articolo contro il liberismo, identificandolo, sulla scorta di citazioni illustri, con la politica delle multinazionali o delle lobby  economiche, sia in Europa che in America.

Ne deriva una definizione sorprendente: il libero mercato non è affatto libero, ma è solo di alcuni potentati capitalistici, che dirigono la politica dei vari stati.

Curiosamente, sul “Domenicale” della settimana scorsa s’indicava la necessita di superare una concezione semplicemente economica dei rapporti sociali, auspicando una cultura del donare come superamento dell’egoismo dei singoli e della società.

A quanto pare il tema è di stretta attualità se due organi di stampa, a destra e a sinistra, affrontano un tema complesso e delicato come questo: è la condanna senz’appello dell’homo oeconomicus.

Chi avrà ragione? 

Si può considerare come un reperto preistorico una dottrina che ha avuto per decenni fortuna e sostenitori a vario livello, politico e sociale, nell’occidente progredito? E che alternativa è possibile?

Carlo Pelanda, docente universitario d’economia negli Usa, suggeriva, come risposta ai mali dell’inflazione e delle discrasie dei sistemi capitalistici, la via riequilibratice dell’economia sociale di mercato (ovvero il liberismo sociale).

Lo stesso Prof. Giulio Tremonti si è dichiarato contrario alla globalizzazione ed al mercatismo nell’ultimo libro intitolato “Rischi fatali”.

Ma come si realizza, specialmente in Italia, dove la spesa pubblica è una voragine e gl’interventi statali sono tutti fallimentari?

Forse una politica dell’impresa aperta alla partecipazione allargata ai ceti subordinati costituirebbe una terza via tra capitalismo ed assistenzialismo statale.

Ma come applicarla, senza ricadere nella burocrazie e nello statalismo?

Sta di fatto che il problema esiste ed occorrerebbe risolverlo con strumenti moderni ed adeguati, al di fuori di dogmi, pregiudizi ideologici e tabù.

Le tasse ed Einaudi

agosto 27, 2007

Ha ricordato, in un recente articolo, Paolo del Debbio, le distinzioni di Luigi Einaudi in materia di tasse e tassazione.

 Secondo l’economista di Dogliani, esistono le tasse «economiche» e le tasse «grandine».

 Le prime sono quelle che il contribuente apprezza come utili perché ne vede un ritorno per sé e per la società in termini di servizi e anche di incentivi allo sviluppo economico. Sono tasse che fanno bene. 

 Quelle che Einaudi chiama invece «grandine», si abbattono sull’economia nazionale come la pioggia sulle coltivazioni: la deprimono, quando non la distruggono.

Sono concetti semplici.

Perché non si tengono presenti quando si amministra il popolo?

Maliziosamente siamo portati a pensare che le somme sottratte al contribuenti non finanzino tanto i servizi ed incoraggino l’economia, quanto un apparato ed una nomenklatura, che ha fatto dello Stato un affare meramente privato, in funzione dei partiti e delle oligarchie che li rappresentano.