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La Sardegna è un continente

ottobre 10, 2007

Pino Arlacchi, professore di sociologia presso l’Università di Sassari, ha dato recentemente alle stampe un libro interessante, che raccoglie i risultati di studi e ricerche, condotti per lungo tempo sul campo e che si rivelano esemplari per la conoscenza della società sarda e dei suoi rapporti con  la tradizione, il costume, l’economia e la criminalità, mettendo in evidenza  e confermando quel che da molti è considerato l’aspetto fondamentale dell’isola, quello di caratterizzarsi come un piccolo continente.

Il volume reca  il titolo significativo “Perché non c’è la mafia in Sardegna” e costituisce una presa d’atto importante, per distinguere i connotati di una regione mediterranea, che pur avendo legami correnti e collegamenti saldi con il resto dell’Europa, mantiene un ruolo assolutamente originale riuscendo a coniugare le proprie  antichissime radici di eminente civiltà pastorale con il progresso, la modernità, la globalizzazione.

Conservare la propria identità culturale, la quale  affonda la sua storia nel mondo classico e deriva il proprio ethos direttamente da Omero e dalle repubbliche montanare di Braudel è già di per sé un  fatto notevole nell’età del globalismo.

Se poi si aggiunge che i fenomeni della delinquenza organizzata di tipo mafioso, nonostante i tentativi di colonizzazione, non hanno avuto mai la possibilità di realizzarsi in questa terra, a causa della persistente attitudine alla costante resistenza contro le dominazioni (secondo una tesi ampiamente accreditata sul piano storico-scientifico e segnatamente riaffermata dal noto archeologo Virgilio Lilliu, per il quale  ” i sardi, nella confusione etnica e culturale che li ha inondati per millenni, sono riemersi costantemente nella fedeltà alle origini autentiche e pure”), si  delinea un quadro di civiltà autoctona, che costituisce un’eccezione rimarchevole nel panorama generale, piuttosto deprimente, delle connessioni tra mafia, affari, politica, economia, che non hanno risparmiato neppure regioni ritenute apparentemente impermeabili a  tali infiltrazioni criminali, come per esempio la Val d’Aosta.

L’opera, fra  i vari pregi, presenta quello di contribuire a convalidare alcuni  esiti scientifici,  acquisiti in anni di sofferte fatiche intellettuali  da eccellenti studiosi come Antonio Pigliaru, incisivo filosofo del diritto e magistrale ricercatore dei tratti distintivi del cosiddetto pastoralismo (o il mondo del “noi pastori”, fondato, prima dello Stato ed in alternativa allo stesso, sul codice comportamentale barbaricino, un vero e proprio ordinamento giuridico, nato all’interno della Barbagia, sul quale  si è retta per secoli, ed in parte tuttora si regge la vita sociale, assicurando sistematicamente e tenacemente il rispetto della dignità della persona (l’onore) e della giustizia sostanziale (la vendetta biblica)  nella comunità sarda (al pari della celebrata Carta de logu, frutto della sapienza giuridica medievale , che ha informato di sé il costume isolano fino alle soglie dell’età moderna con notevoli influenze sulla elaborazione codicistica del nostro paese).  

L’osservatorio privilegiato dall’indagine sociologica dell’autore  è il tessuto di un’economia autosufficiente, basata sullo scambio non classista e la coesione fra i vari ceti, nel segno della generosità, del dono reciproco e della solidarietà, dove l’imprimatur capitalistico ha consentito l’evoluzione del sistema di produzione, senza determinare conflitti sociali.

La differenza tra la Sardegna e le regioni meridionali colpite dalla delinquenza organizzata (Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia) consiste soprattutto nella visione elementare, diremmo istintiva, del diritto da  parte della popolazione.

Il codice d’onore delle società segrete ( mafia, ‘ndrangheta, camorra, etc.) è volto principalmente al predominio e all’oppressione sul proprio simile, senz’alcun rapporto con i valori della giustizia.

L’ anarchia ordinata del codice barbaricino,  nasce viceversa dall’esigenza dell’autogiustizia e, come sottolinea egregiamente Arlacchi, “dall’irriducibilità  dei sardi alla subordinazione nei confronti della forza altrui“.      

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“Ragazzo” di Massimo Fini

ottobre 3, 2007

Non è la storia di una vecchiaia, come vorrebbe far intendere il sottotitolo, che Massimo Fini ha voluto dare al suo ultimo libro.

Si tratta piuttosto della vivace e drammatica autobiografia di un ribelle, giornalista-scrittore, della generazione del sessantotto, un periodo che appartiene, com’egli riconosce, alla storia minuscola dell’Italia e dell’Europa occidentale.

Vivace la scrittura e l’indubitata intelligenza dell’autore, il quale però è afflitto dal  mal de vivre fin dalla nascita. 

I risultati del suo catastrofico pessimismo e del suo irremedibile cinismo sono evidenti in ogni pagina del pamphlet  agile, scorrevole, denso di episodi interessanti e percorso da un infantilismo un po’ narcisista, da una consapevolezza “dolorosamente innocente” dal punto di vista morale.  

Siamo estimatori di Fini per la sua opera di acuta e profonda divulgazione storico-filosofica non conformista e le sue prese di posizione  non politically correct, che ne fanno uno dei pochi esemplari  d’intellettuale libero e coraggioso del nostro tempo.

Il guaio è che la sua generazione (a cui appartiene anche Giampiero Mughini, geniale megalomane , incessante ricercatore del senso nascosto dei formidabili anni della contestazione dei figli di papà…)  non ha avuto esperienze di grande rilievo culturale e di costume, come quella dei padri.

La cesura nasce nel secondo dopoguerra e negli anni della democrazia ritrovata, e quasi immediatamente trasformata in partitocrazia, in quelli del consumismo di massa, dell’omologazione, della perdita dell’identità e di ogni gerarchia valoriale, un’età in cui trionfa l’etica del signorino soddisfatto, come chiamava Ortega y Gasset l’avvento al potere della folla indistinta ed informe, senza educazione né princìpi.

E’ l’epoca durante la quale si consolida il mito del guadagno ad ogni costo, del denaro come simbolo del successo e la progressiva secolarizzazione della società, insoddisfatta dei limiti imposti da una civiltà agro-pastorale,  radicata nella campagna o nel borgo e nei valori pre-industriali, scarsa di beni materiali, ma, tutto sommato, economicamente autosufficiente ed ancora legata con un filo sottile all’ethos classico, nonostante l’avanzare della rivoluzione capitalistica e della modernizzazione.

Ci sono ricordi memorabili in Massimo Fini,  espressi con la nostalgia, appena accennata, della propria famiglia e, soprattutto, s’intravedono i lasciti di  emozioni ed attitudini, convinzioni e scelte ideali, elaborati anche attraverso le vicende sociali cui hanno attinto i suoi genitori,  lasciando tracce profonde nel suo carattere.

  Il babbo, direttore di giornale, ha vissuto la tragedia della guerra e il dramma della palingenesi politica del fascismo e della resistenza.

E a lui, al figlio, quei grandi eventi con il carico di responsabilità individuale e d’insegnamenti elevati (all’onore, alle virtù civiche, al coraggio, alla coerenza e all’onestà intellettuale) sono invece stati negati per ragioni temporali.

Vive ed ha vissuto in un periodo di banale conformismo, di snobismi piccolo-borghesi, d’ipocrisia sociale, senz’aver avuto la possibilità eroica di un riscatto dal grigiore e dal tran tran quotidiano.

Ha avuto la fortuna di aver trascorso un’infanzia dorata, da cui è faticoso staccarsi: ne sono prova le iperboli che punteggiano il libro ed i giudizi impietosi e sommari distribuiti ad amici, amiche, personaggi noti e meno noti, con la stizza di chi, stancatosi del giocattolo divenuto noioso, vuole farlo a pezzi per vedere cosa c’è dentro (ma  non si nasconde alcunché d’interessante all’interno di esso).

Al termine della lettura, lascia disperati  il suo accanirsi contro la vecchiaia e verso la vita che scorre inevitabilmente, travolgendo tutti in un mare oscuro, nel nulla ineluttabile.

Dispera la sua disperazione così netta ed inflessibile, senza il soffio di una fede, neppure alimentata dall’ansia del mistero della morte e di un possibile  assoluto.

Fini è nato ateo.

Forse è un pagano a cui è rifiutata la visione dei Campi Elisi,  popolati da divinità ed eroi, un paesaggio incantato a cui accede solo l’anima immortale.

Non ha nessun dubbio.

La sacralità della vita, il senso religioso non trovano spazio nel suo patrimonio spirituale.

Colpa del sessantotto, oseremmo dire, con i suoi lumi riflessi di materialismo storico e determinismo meccanicistico, che fanno  tabula rasa di qualsiasi sentimento trascendente e, perfino, dello spirito di ricerca del vero, del bello e del buono, del più sottile e problematico agnosticismo.

La sua critica al mondo è senz’appello: meglio sarebbe non essere mai nati.

Nonostante questi limiti e le stigmate di una generazione incolpevolmente orfana di elevato sentire, per la quale  il sesso, il denaro, la psicanalisi e la sociologia costituiscono tutto l’universo, il nostro autore mantiene un nobile distacco dalle viltà contemporanee e si fa apprezzare per le sue qualità d’altri tempi: la sincerità sfontata, il desiderio di libertà, il senso della giustizia, la ricerca della verità effettuale.

Alle conclusioni negative cui perviene, vorremmo non fosse mai arrivato.

A nostro conforto, per bilanciare il disappunto dello scacco, rimangono le figure di vecchi fusti, malfermi in salute e con mille acciacchi, ma avvolti nella splendida luce di saggezza, spiritualità, ostinatezza ed amore, nell’affrontare i giorni e le stagioni che passano.

Uomini, donne comuni e personaggi pubblici, individui anonimi e celebrità nei più svariati campi, i quali mantengono, nonostante tutto, il piglio dell’adolescenza.

Che avrebbe detto Marguerite Yourcenar delle tesi nichiliste del libro?

Lei, amante del mondo classico, dal raffinatissimo  senso estetico, dalla chiara ragione  e dalla curiosità inesauribile, non credente, ma con l’anima permeata dal sacro: ineguagliabile femme savante volle vivere fino in fondo la propria unica esistenza ( unica come quella di ognuno di noi) ad occhi aperti?