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L’albero, il presepe, babbo natale

dicembre 26, 2007

Una risposta all’articolo di Magris da parte di Marco Cavallotti di Legno Storto, che serve ad aprire il confronto tra il Natale ed il consumismo. 

 Caro Claudio, se avrai occasione di leggere questa nota, è probabile che non vi ritrovi nulla che appaia connesso in modo chiaro al tuo articolo apparso ieri sul Corriere, piaciuto a molti nostri lettori. Probabilmente il senso più profondo e la sostanza del tuo messaggio non era nemmeno quello che io vi ho voluto leggere. Eppure, il tuo assunto principale, subito cautelativamente protetto da un cenno alla imminente «offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all’infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare – l’immagine e il termine stesso di Babbo Natale», mi ha stupito e mi ha portato a pensare a come doveva essere il mondo prima della rivoluzione liberale, prima dell’Illuminismo, prima che prevalesse, pur fra incertezze e cadute, il principio di libertà di pensiero e di opinione.
«Se ne avessi il potere, proibirei per legge» Babbo Natale. Questo l’assunto. Affiorano da questa frase sentori di “vero” ufficiale, di “autentico” da imporre con il libro e la spada, che – pur espressi con cultura e coscienza ben diversa – possono essere accomunati alla intolleranza dell’islamismo radicale, o se vogliamo alle fasi più espansive ed aggressive di ogni religione rivelata – come tu mi insegni, anche Carlo Magno portò con la spada il cristianesimo fra i Sassoni.
«Proibirei per legge»: tanto più che l’albero che ci ritroviamo a Natale in fondo era al centro dei culti germanici, nordici e precristiani, e che Babbo Natale, viaggiando su una slitta, deve ben essere familiare con questo culto ancestrale del Nord.
Se poi aggiungiamo che Babbo Natale è il personaggio più spesso presente nelle orge consumistiche e nelle campagne acquisti natalizie, ed è particolarmente caro alla cultura anglosassone – ossia, tout court, americana – ecco allora che il cerchio si chiude, un certo antiamericanismo “de sinistra” si può sposare a un cattolico anticonsumismo “a prescindere”, e la volontà più che legittima di difenderci da troppo incongrui, acritici e subitanei imbastardimenti culturali e religiosi corona il tutto nell’aura del politically correct. Ma se si sente il bisogno di intervenire su una questione “interna” al nostro mondo, come lo è la scelta fra babbo Natale e Gesù Bambino, «per legge» – lascia che per farmi capire riprenda una espressione che probabilmente tu non hai voluto usare in senso stretto – , non oso immaginare con quale spirito dovremmo confrontarci con il resto del mondo.
Il Presepio – io ho avuto nell’infanzia la fortuna di conoscere il profumo dell’abete luminoso di candeline, mandarini e caramelle in casa mia, e quello più dolce del muschio che copriva la collina abitata dai pastori con le pecorelle e la grotta della Natività in casa di miei nonni – lo conosco e lo amo, ne ammiro le versioni artistiche, lo spirito magnificamente scenografico, i personaggi maggiori e quelli minori, fino al suonatore di ciaramella e alla donnina con la brocca dell’acqua sul capo. Ma non me ne sfugge il significato simbolico e perfino quello precristiano – quasi tutte le feste cristiane sono molto antiche e hanno antecedenti…–, che viene assai prima per il grosso pubblico di quello religioso e dottrinale. E proprio per questo quell’albero, che a Nord significa per i bambini e per i grandi festa e doni in un clima di auspicata bontà, ha esattamente lo stesso significato che attribuiamo più a Sud al Presepio. Entrambi ci inducono a stare insieme ed a proporci di essere migliori, ma entrambi possono costituire l’occasione per una campagna di acquisti spropositata, per regali senza senso: insomma, per un comportamento consumistico. Perché il consumismo vive benissimo accanto al Presepio, come accanto a Babbo Natale.
Certo, nel Presepio c’è un molto più evidente riferimento alla dimensione religiosa e cristiana: ma la storia e la tradizione hanno anch’esse un loro peso, come tu stesso giustamente rilevi quasi per cautelarti.
E poi, perché prendersela tanto con il consumo? Questa guerra un po’ moralistica sarebbe meglio orientata se diretta verso la nostra incapacità di dar valore alle cose che valgono veramente per ciascuno di noi. Ma anche qui, temo, non si può intervenire per legge, e non può essere nessuno a decidere per noi.
Perché, infine, prendersela con l’ottimismo? A noi vecchi Europei, e soprattutto a noi Italiani, avvezzi a guardare il mondo con cinismo, l’ottimismo pare una fase ingenua, un po’ goffa e giovanile dell’esistenza umana. Tanto più che da decenni siamo stati abituati a ritenere che i nostri miglioramenti, la nostra crescita, la nostra stessa felicità dipendano sostanzialmente da altri, dalla “società” o dal “padrone”, ai quali ci siamo abituati a chiedere tutto e che abbiamo imparato a servire e ad odiare come servi. Ma in fondo, lo sai bene anche tu, l’ottimismo è la prima forza di un popolo. E l’ottimismo non si impone, lo si lascia crescere consentendo a ciascuno di cercare la propria felicità a modo suo.
Buon Natale a te, ai tuoi cari ed alla tua bella Trieste, che Gesù Bambino e Babbo Natale diano a tutti noi il modo di essere più ottimisti. Ne abbiamo bisogno.

Secolarizzazione

dicembre 26, 2007

 Oggetto di riflessione può essere quest’articolo di Claudio Magris, del quale non condividiamo tutto, ma che riteniamo importante per ragionare sulla modernità.

Se ne avessi il potere, proibirei per legge – quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all’infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare – l’immagine e il termine stesso di Babbo Natale. C’è un limite di decenza pure per la secolarizzazione. Trasformare il mistero dell’incarnazione – l’eterno che si fa storia, tempo fugace, carne fragile e peritura – o anche solo l’infantile poesia di Gesù Bambino o dell’angelo che porta i doni nella figura di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente ebete, è un po’ troppo.

Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo – del linguaggio e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione della vita – meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del solstizio d’inverno col suo culto delle demoniche forze elementari, che Lovecraft, nei suoi racconti dell’orrore assai poco natalizi, sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur blandamente, l’albero di Natale, l’abete di remota ascendenza boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e italico Presepe; palme e cammelli d’Oriente e dolce terra umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque atteso una più energica riprovazione ecclesiastica – almeno pari a quella delle zucche di Halloween – del paonazzo fantoccio da supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e non in Lapponia.

Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo, visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna luminosa di supermarket. Quest’ultimo, ovviamente, può essere altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il significato che le attribuiamo.

Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo. Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale, che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient’affatto disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo scelta, costringeva a consumi più modesti. E’ quel sorriso giocondo e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un tempo univano il piacere — per un bambino, anche l’incanto misterioso dei doni sotto l’albero o davanti al Presepe — e la malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l’esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull’altra e si consumavano.

Ogni anno tante gocce d’oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l’infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l’angelo – anche quello che porta i regali – è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l’eterno. Incubi di pranzi in cui l’obbligato ingozzarsi insinua nell’animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell’invasione.

Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l’estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice – come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio – «che l’attraversamento del nulla è necessario». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull’orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all’altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell’annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell’autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.

Corriere della Sera, 24 dic 2007

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