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Tucci ed il Buddhismo

settembre 2, 2008

Una volta era privilegio di pochi definirsi buddhisti. Una certa ritrosia condizionava la scelta di dichiararsi di una religione diversa dalla cattolica, anche tra le personalità di rango.

Oggi c’è per fortuna maggiore libertà di culto e non culto.

In compenso è aumentata la confusione.

Quando uno studioso come Tucci (stando a quanto riferiscono i suoi allievi) affermava di essere diventato buddhista per seguirne la dottrina etica, in quanto, in questo modo, era tutto “più semplice e si sentiva più libero”, in realtà non indicava una via spirituale, una speculazione profonda del pensiero, ma un’opzione tra le varie morali.

Ora, da un personaggio di tale levatura, che ha fatto conoscere in Occidente, fra l’altro, il Tibet ed il suo spirito religioso, conducendo ricerche benemerite e dirigendo l’Istituto per L’Asia e l’Africa, uno strumento di collaborazione ed amicizia, oltre che di affinamento di conoscenze culturali tra l’Italia e l’Oriente, ci si sarebbe aspettato di più nei riguardi di lettori ed ammiratori, i quali, conservando ampia libertà di condividere idee, giudizi, valutazioni, si attendono peraltro contributi di valore scientifico, più che la descrizione di episodi legati ad esperienze personali, da mantenere, più correttamente, in un ambito riservato, in quanto nulla aggiungono al patrimonio intellettuale ereditato dal Maestro.

Ma tant’é.

Non bisognerebbe confondere la vita privata con quella pubblica, proprio per non dare adito ad equivoci, ambiguità, distorsioni.

Ed invece spesso s’intersecano i due aspetti e si dà luogo ad un quadro non propriamente compiuto del soggetto, né dei risultati acquisiti dalla sua operosa attività, con il rischio di sminuirne il valore e l’immagine per rendere noti piccoli eventi, cronachette di scarso rilievo
o aneddoti comunque legati ad aspetti particolari della sua vita e personalità, più adatti a chiacchiericci da salotto che non a panorami estesi o alte vette di montagna, cioè i luoghi preferiti dell’autore.

Ancora oggi, c’à chi interpreta il buddhismo come una raccolta di norme comportamentali, sostanzialmente svincolato da una visione religiosa e chi lo vive come ideale mistico.

Senza considerare che per molti seguaci occidentali è una sorta di via consolataria ai mali delle società progredite economicamente od anche un’attrattiva intellettuale o perfino una moda.

Non penso, comunque, per chiunque segua, con intima convinzione, le regole del buddhismo, anche soltanto come insegnamento morale, sia senza ostacoli e difficoltà applicarne i precetti.

La semplicità in questo campo non esiste.

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Verso una teologia laicista?

novembre 26, 2007

Nonostante la scrittura lineare e brillante, non è una lettura facile quella dell’ultimo libro del Prof. Vito Mancuso, docente di Teologia moderna, presso la facoltà di Filosofia dell’Università S. Raffaele di Milano, significativamente intitolato “L’anima e il suo destino”.

 

Non lo è soprattutto per chi, abituato a letture erratiche, più che a studi sistematici, com’è per la maggior parte dei laici, decida di approfondire tematiche complesse sull’aldilà, esposte da un cattolico praticante con vocazione da eresiarca.

 

L’autore, per evitare che l’obbedienza al principio d’autorità conduca allo scetticismo o, peggio, all’ateismo, non ha timore di nascondere la volontà di contrastare regole secolari e consacrate, sostenuto dalla convinzione incontrovertibile di ricercare la verità con la più chiara onestà d’intenti, al servizio di una visione laica della religione, fondata sulle ragioni di una fede in stretta relazione con la speculazione filosofica e scientifica.

 

Una preoccupazione teologica non distante, peraltro, dalle ambizioni della Pontificia Opera delle Scienze, che ha recentemente ribadito con la voce del suo cancelliere, Monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, proprio la necessità di una comprensione organica dei vari livelli di conoscenza umana.

 

Si tratta per tutti, studiosi togati o no, di un compito improbo ed affascinante, che il Prof. Mancuso ha condotto con lucida consapevolezza, visitando a fondo fisica, biologia, astronomia, pensiero greco ed orientale, da Simon Weil al Dalai Lama, analizzando testi antichi e risultati recenti delle varie branche del sapere, senza titubanze, né reverenze per dogmi basilari, convalidate tesi dottrinarie, monolitici pilastri del cattolicesimo come S.Agostino e S.Paolo.

 

L’impressione che si ricava dalla lettura del corposo e suggestivo saggio è, da un lato, una serie di teoremi interessanti e confortevoli per lo spirito, la sensazione di poter pervenire ad una concentrazione della natura verso l’alto , nella direzione dell’ordine e del logos, con il superamento degli aspetti apocalittici ed orrifici della tradizione catechistica, verso l’lluminazione e la serenità, fino alla compenetrazione con Dio.

 

D’altro canto, sono evidenti le incancellabili influenze di Pierre Teilhard de Chardin ed il suo rischioso immanentismo, che lasciano irrisolte, per l’osservatore comune, almeno due questioni fondamentali: il problema del male nel mondo e il rapporto tra Dio e l’uomo.

Nonostante i postulati evoluzionisti ed una concezione ottimistica dell’esistenza, che richiama l’apparentemente solido principio hegeliano della “razionalità di tutto il reale“, è difficile credere che la radice malefica presente nell’universo, con catastrofi, malattie, guerre, odi, fanatismi e la finitudine e debolezza dell’esistenza possano vincersi con l’amore e l’ascesa alla perfezione.

 

 

Notevole, nello scorrere delle pagine, è l’ansia pacificatrice e l‘esigenza insopprimibile d’individuare la giustizia ed il bene nell’ essere, con affascinanti richiami all’imperativo categorico di Kant.

Ma, l’anelito all’armonia e alla sintesi tra l’essere e il divino, seguono un via arditamente anti-tradizionale: lo scrittore procede infatti, con imprudenza e temerarietà, a colpi di machete, tagliando di netto la figura paradigmatica di Gesù, il suo intervento carismatico nella storia dell’umanità e l’ antico concetto del Dio personale, riducendolo a pura idea.

 

Pur essendo positivamente colpiti sia dall’esposizione dei punti di contatto delle varie religioni (sulla traccia ideale delle pregevoli opere dello storico Mircea Eliade e del pensatore sincretista Elémire Zolla), sia dai riferimenti a scienziati illustri come Capra, Margulis, Kauffman, Rizzolatti, che contrastano efficacemente la sicumera delle tesi atee dei vari Odifreddi, Hack, Montalcini etc., si rimane dubbiosi e perplessi di fronte alle conclusioni del saggio.

 

Definire, una volta per tutte, il problema dell‘aldilà, attorno al quale l’uomo continua ad affannarsi da tempo immemorabile, rimane uno scopo da raggiungere, per quanti non abbiano il dono della fede.

 

Chi non è aduso al linguaggio complesso degli studi teologici si sente attratto dalla logica dell’argomentare, dall’efficacia della comunicazione e dalla sofferta passione del libro, ma l’annientamento di alcuni capisaldi del catechismo e dell’elaborazione dottrinale della Chiesa appare, paradossalmente, troppo semplicistica.

Lo sforzo compiuto con la stesura di quest’ opera non è comunque senza conseguenze di rilievo per gl’intelletti agnostici.

Il suo pregio maggiore è quello di stimolare la curiosità e l’apertura alla conoscenza.

Non è poco, in tempi di neopositivismo e sistematica tendenza all’abbattimento del Sacro nelle sue varie forme.