La donna nel mondo antico

Letture d'EsoterismoNel mondo antico si riteneva che l’aspetto Isiaco, luminoso, sapienziale e trasformatore, fosse presente come possibilità in ogni donna, ma che esso dovesse essere risvegliato con l’iniziazione ai Misteri. Di più, come vedremo, l’iniziazione ai Misteri metteva i neofiti a contatto con le potenze della fertilità e della rigenerazione attraverso un passaggio per la morte e l’oltretomba.
L’iniziazione ai culti femminili nei Misteri del mondo antico
di Alessandro Orlandiprodotto per Esonet.it
Nel mondo antico si riteneva che l’aspetto Isiaco, luminoso, sapienziale e trasformatore, fosse presente come possibilità in ogni donna, ma che esso dovesse essere risvegliato con l’iniziazione ai Misteri. Di più, come vedremo, l’iniziazione ai Misteri metteva i neofiti a contatto con le potenze della fertilità e della rigenerazione attraverso un passaggio per la morte e l’oltretomba.L’iniziazione ai Misteri giocava un ruolo fondamentale nell’esistenza di chi vi si avvicinava e il fatto che, in tanti secoli di iniziazioni (da Eleusi, ai Misteri di Dioniso, da quelli isiaci, a quelli di Cibele e Mithra), nessuno sia mai venuto meno al voto di segretezza formulato nell’atto di ricevere l’iniziazione, testimonia quanto sacra essa dovesse essere considerata. In effetti, il pochissimo che sappiamo è il frutto di un collage attento tra una miriade di frammenti scollegati tra loro, molti dei quali sono commenti di cristiani preoccupati soprattutto di svalutare e ridimensionare i Misteri. Aristotele, Platone, Plutarco, Sofocle e Euripide, per citare i più noti, ci dicono che chi riceveva l’iniziazione era destinato, dopo la morte, a un destino luminoso, completamente diverso da quello dei comuni mortali. D’altra parte numerose testimonianze di persone iniziate ai Misteri parlano di un’esperienza indescrivibile a carattere miracoloso che trasformava in modo irreversibile chi vi prendeva parte.Ci aiuteremo con alcuni dei miti  che venivano raccontati agli iniziati, che sono giunti fino a noi – che ai loro occhi dovevano acquistare un senso diverso – e con il poco che sappiamo del culto. Cercheremo di ricostruire quale potesse essere questo destino luminoso e attraverso quale percorso l’anima giungesse a trasformarsi in modo così radicale.
Misteri eleusini
Le prime testimonianze archeologiche risalgono all’ottavo secolo a.C. mentre la distruzione  del santuario di Eleusi da parte dei Goti può datarsi verso la fine IV sec d.C. (ma il culto era stato già proibito qualche anno prima dall’imperatore Teodosio). Il culto era dedicato alle due dee Demetra e Persefone. La radice del nome “Demetra” sarebbe “Madre Orzo”, il che la collega  significativamente al ciclo delle spighe e della Natura.L’etimologia di Persefone è stata invece fatta risalire a fero e foneuo oppure a ferbo e foneuo, nel primo caso “colei che porta la distruzione”, nel secondo “colei che tutto nutre e tutto uccide”. Demetra, la Cerere latina, non era solo una dea delle messi e del rinnovarsi della natura, come generalmente si crede. Sacerdoti di Cerere a Roma erano gli edili o costruttori, che amministravano anche il diritto (Bachofen, 3.18, 22, 23).Dice Calvo: “Demeter assegnò le sacre leggi, unì nella notte i corpi degli amanti e fondò le grandi città“.
Demetra e Persefone con Trittolemo
Il Mito
Persefone, figlia di Demetra e di Zeus, viene rapita da Ade, che la porta agli inferi col suo carro alato, mentre raccoglie narcisi (o papaveri) in un campo [dove, in alcune versioni, perde un sandalo]. Non vedendola tornare Demetra la cerca disperata. Elios (o Ecate o Eubuleo) la avvertono del rapimento e allora vaga sulla terra munita di fiaccola alla ricerca della figlia perduta. Travestita da donna anziana e velata  giunge ad Eleusi, nel regno del re Celeo, dove le viene proposto di diventare nutrice di Demofoonte, figlio del re. La solleva dalla malinconia la serva Jambe [1] con lazzi osceni e battute di spirito (secondo altre versioni  a farla ridere è la panciuta Baubo col marito Dysalules, e Baubo le mostra anche il fanciullo Iacco che fa capolino tra le sue cosce come se venisse partorito in quell’istante). La regina le offre del vino ma Demetra rifiuta e prepara invece una bevanda a base d’acqua, farina e crusca di orzo, il kikeion, poi destinata agli iniziati ai suoi Misteri. Viene scoperta mentre purifica Demofoonte nel fuoco per renderlo immortale e si rivela, imponendo l’edificazione di un tempio in suo onore. Rinchiusa nel suo dolore impedisce alla terra di dare frutto finché Ermes, inviato da Zeus, non convince Ade a lasciare che Persefone torni da sua madre. Ma Ascalafo, giardiniere degli Inferi, convince Persefone a mangiare 7 chicchi di melograno [2], per cui la fanciulla dovrà tornare ogni anno nell’Ade durante i mesi invernali. Secondo altre versioni è Trittolemo, “il triplice guerriero” fratello di Eubuleo (entrambi figli di Dysaules e Baubo), a riportare Persefone sulla terra, ragione per cui Demetra istituisce i Misteri e rivela agli uomini come coltivare il grano. Trittolemo nel mondo sotterraneo è identificato con Dioniso e si parla di nozze sotterranee di Dioniso con Persefone e il fanciullo sacro Brimo, che nasce da queste nozze, è anch’esso identificato con Dioniso. Dice inoltre un frammento di Eraclito: “In verità Dioniso ed Ade sono lo stesso dio”.I misteridelle due dee avevano luogo in due diversi momenti dell’anno: nel mese di Antesterione (equinozio di primavera) avevano luogo “i piccoli misteri”, durante i quali gli iniziati venivano preparati alla successiva rivelazione e apprendevano alcuni particolari del mito di Demetra e Persefone, conseguendo la condizione di mystai.Nei piccoli misteri, dopo il sacrificio di una scrofa, gli iniziati venivano sottoposti alle prove dei quattro elementi. I “grandi misteri” si svolgevano nel mese di Boedromione (equinozio d’autunno) ed erano riservati a quelli che erano destinati ad avere la visione trasformatrice, gli epoptai.L’iniziazione aveva luogo in una stanza sotterranea del tempio detta Telesterion; gli iniziati erano detti mystagogoi [3]. Subito prima di entrare nel Telesterion veniva somministrato il kikeion e si pensa che la bevanda potesse avere un effetto allucinogeno per la presenza della segale cornuta, un fungo che infesta le spighe di orzo.Porfirio riferisce che le cerimonie eleusine si chiudevano con la pronunzia della frase “Konx om pax”. [4]I Grandi  Misteri si svolgevano in questo modo: il ghenos degli Eumolpidi sceglieva il miglior sacerdote, lo hierophantes, che si occupava della “visione”, cioè della rappresentazione del rapimento di Persefone da parte di Ade e del loro matrimonio; seguiva l’annuncio della nascita di Iacco-Dioniso. I nomi dei  sacerdoti che officiavano non potevano essere pronunciati, venivano incisi su tavole di bronzo o di piombo e poi affidati alle profondità del mare. Anche i portatori di fiaccola facevano parte di una stessa famiglia.  Successivamente gli iniziandi marciavano verso la baia del Falero, dove si tuffavano per purificarsi, riprendendo il tuffo iniziatico di Eumolpo, eroe fondatore del culto, gettato in mare dalla sua stessa madre.Il giorno successivo aveva luogo la processione, alla quale partecipava tutta la popolazione.Gli iniziandi e gli iniziati usciti dal Telesterion mostravano gli oggetti sacri.Oggetti sacri al culto erano:
    – la fiaccola di Demetra,
    – la spiga d’orzo,
    – una misteriosa scatola che spesso Kore stringe tra le mani (su cui torneremo parlando del mito di Amore e Psiche),
    – un ramo d’oro per placare Cerbero,
    – il melograno,
    – un porcellino.
Le Tesmoforie in onore di Demetra Thesmophoros (Thesmos: le leggi antiche. Iniziatrice delle leggi, mediante l’agricoltura che aveva portato alla vita civile) erano invece feste che si svolgevano in autunno e a cui solo le donne sposate con ateniesi potevano partecipare. Era impedito agli uomini di entrare nel loro intimo svolgimento segreto. Erano le feste della dell’identità femminile. [5]I Misteri Eleusini erano un rito di trasformazione che coinvolgeva molteplici aspetti: fisici, psicologici, spirituali.Si trattava anzitutto di un Rito di Passaggio dall’adolescenza (Kore) all’età matura (Demetra), attraverso il quale le donne prendevano coscienza del loro potere di creare la vita e di suscitare e risvegliare il desiderio. Questo rito di passaggio non aveva tuttavia carattere solo individuale: l’intera Natura seguiva il destino di Kore, rapita da Ade negli Inferi e s’inabissava sotto terra durante l’autunno e l’inverno. La nascita di Iacco – Dioniso nel segreto del Telesterion non segnava soltanto una transizione tra la condizione di fanciulla e quella di donna. Venivano coinvolte nel rito tutte le forze femminili della natura, le forze della crescita e della rigenerazione,  la donna riconosceva in se stessa la medesima scintilla che ogni anno si riaccende nel mondo al solstizio invernale, la scintilla che spinge la linfa a salire nel tronco degli alberi, i fiori a sbocciare, gli animali a desiderarsi, accoppiarsi e procreare, il raccolto a dare frutto, il clima a diventare più caldo e le ore di luce a superare quelle di buio. Il culto di Demetra, però, non si riferiva soltanto al rinnovarsi ciclico della Natura.Punto fondamentale di questa trasformazione, di questo capovolgimento, di questa presa di coscienza dell’immenso potere del femminile, era l’esperienza della morte, la discesa nell’Oltretomba e il contatto con l’aspetto divino della morte che culminava nell’Epopteia, la visione trasformatrice.”Beato colui che ha visto!”  – dice l’inno omerico e nel suo trattato sull’anima Plutarco dice che la morte e i suoi orrori si trasformano in beatitudine dell’anima e che l’iniziato passato attraverso la visione non dubita più del proprio destino di salvezza mentre gli altri, i non iniziati, sono dannati.Nel suo Eracle furente Euripide fa affermare allo stesso Eracle, che ha sconfitto Cerbero ed è tornato sano e salvo dagli inferi: “Sono stato capace di tanto perché ho visto le sacre azioni di Eleusi“.Qual era dunque la misteriosa visione destinata agli iniziati nel segreto del Telesterion? Da Clemente Alessandrino sappiamo che l’iniziato doveva pronunciare questa frase: “Ho digiunato, ho bevuto la pozione, ho preso dalla cesta, dopo aver manipolato ho riposto nel canestro e quindi nella cesta“.Poi la visione, l’epopteia, al termine della quale lo Ierofante, il miste appartenente al ghenos degli eumolpidi che conduceva il rito, mostrava all’iniziato in silenzio una spiga di grano. Quindi la nascita di Iacco – Dioniso – Brimos, un fanciullo divino nato dall’unione di Persefone con Dioniso (o con Trittolemo), o di Demetra con Zeus o Trittolemo, annunciato con le parole: “La regina Brimo ha partorito il sacro fanciullo Brimos (il furente)”. [6]Cosa conteneva la cesta? Walter Otto osserva che la struttura del Telesterion, pieno di colonne, e i libri contabili eleusini escludono qualsiasi forma teatrale che non fosse di estrema semplicità e ipotizza che gli iniziati assistessero ad un vero e proprio miracolo: ad una epifania di Persefone (Apollodoro riferisce che nell’istante in cui veniva evocata la Kore lo ierofante percuoteva un gong di bronzo, detto echeion, che spalancava il regno dei morti) , al subitaneo maturare di una spiga sotto gli occhi stupefatti degli astanti e, come vedremo tra poco parlando della villa dei Misteri di Pompei, si può ipotizzare che la cesta di cui riferisce Clemente Alessandrino contenesse un fallo di legno e che questo, attingendo alle energie degli iniziati, si levasse da solo nell’aria, contro ogni legge di gravità, prefigurando il risveglio delle forze della Natura e del ghenos. [7] Se poi questi “miracoli” fossero il frutto di trucchi sapienti o di reale irruzione del sacro, questo non ci è dato saperlo.Amplifichiamo ora alcuni aspetti del mito e di quel che sappiamo del rituale che accompagnava i Misteri:Il riso di Demetra. La vecchia Baubo (o la serva Jambe) muovono al riso Demetra e ne scacciano la malinconia. Questo riso, come molte forme d’umorismo, è collegato a uno strabismo, a un vedere simultaneamente due cose tra loro antitetiche: dal ventre della vecchia panciuta fa capolino un fanciullo, come se lei lo avesse appena partorito, e Baubo/Jambe accompagna l’atto di scoprirsi le cosce con lazzi e insulti osceni che nessuno si sarebbe aspettato da lei. Il ventre sterile della vecchia è il ventre sterile della stessa terra, e simultaneamente, è quella parte dell’anima che mai ha vissuto  e ha dato frutto. Non è un caso che il senso dell’umorismo si chiami “spirito”  e che i trickster e gli stregoni, per far progredire i loro adepti, non risparmino loro scherzi e beffe memorabili. Lo strabismo caratteristico di questo tipo di motti di spirito è una preparazione al viaggio nell’al di là, a un tipo di  percezione che vada oltre la rigida separazione tra Io e Mondo, tra qui e lì, tra veglia e sonno, tra vita e oltretomba, maschera e volto. Non bisogna sottovalutare l’importanza che aveva questo aspetto; ci dice Aristofane: “le donne ateniesi, mentre si recavano su dei carri a celebrare i Misteri, si scambiavano ingiurie e ridevano, e queste erano dette “le ingiurie del carro”. S’ingiuriavano l’un l’altra in quanto si credeva che, quando Demetra giunse per la prima volta a Eleusi alla ricerca di Kore, in preda all’angoscia, Jambe, la serva di Celeo e Metanira, coprendola di vituperi, la spinse a sorridere“.Ricordiamo inoltre che nell’antica Roma le feste in onore di Cibele, la Grande Madre, venivano celebrate tra il 15 e il 27 marzo e che uno dei giorni, il 25 marzo, era dedicato a una festa chiamata Hilaria, durante la quale per un intero giorno i seguaci della dea Cibele si scambiavano battute e lazzi osceni e ridevano senza posa per celebrare la resurrezione di Attis.Il Melograno. Persefone è costretta a tornare nel mondo sotterraneo perché si è lasciata tentare a mangiare 7 chicchi di melograno. Come spesso accade con i simboli è probabile che questi 7 chicchi avessero due significati tra loro opposti e complementari: rappresentando le sette parti smembrate del corpo di Dioniso (nonché le 4 fasi del ciclo lunare, ognuna di 7 giorni) questi chicchi di melograno ci ricordano da una parte che ciò che ci conduce a morire è la frammentazione, il potere delle identificazioni e delle proiezioni (Dioniso quando viene smembrato dai Titani si sta guardando in uno specchio, che va in mille pezzi). Dall’altra, dopo il passaggio dall’Ade, “mangiare i chicchi” potrebbe significare riunire ciò che è disperso,  riunificando il corpo smembrato di Dioniso e facendolo rinascere.Le nozze sotterranee di Persefone con Dioniso e quelle con Ade. Cosa significavano queste nozze dal punto di vista spirituale?Nelle nozze sacre il femminile veniva vissuto dall’uomo come potere salvifico sapienziale e trasformatore, guida nel suo cammino interiore (Sophia, Maria Vergine, Iside, Athena, Tara, la Regina alchemica). La donna sperimentava invece il maschile come una forza attiva volta alla realizzazione di obbiettivi elevati, una forza  resa fertile e consapevole dall’incontro con le energie femminili e che ne esaltava, a sua volta, il valore e la funzione. Le nozze con Dioniso e i riti di morte e resurrezione degli iniziati ai misteri elevavano il princìpio femminile a fonte di luce e redenzione. [8]Dioniso era il dio che dispiegava in sé tutte le potenzialità del maschile, tutte le gradazioni della virilità, da quelle infere a quelle uraniche, in una continua compenetrazione tra gli aspetti sensibili e quelli sovrasensibili, tra la bellezza fisica e quella psichica, tra l’arte e le idee. Inoltre Dioniso era lo sposo destinato alle fanciulle morte prematuramente e le nozze con il dio comportavano l’unione con l’essenza di quella scintilla vitale che anima tutti gli esseri viventi, quel fuoco celeste che fa ribollire il vino nelle botti e conferisce al sangue la sua energia vitaleCompito di Dioniso era quello di armonizzare la sensualità e gli impulsi erotico-sessuali col desiderio di unione eterna con l’essere amato. [9] Sostengono Bachofen nel “Matriarcato” e Kerenyi in “Dioniso”, che il “dio delle donne” incarna i due aspetti dell’Eros che l’evoluzione psichica femminile deve integrare tra loro: quello inferiore del “tellurismo eterico”, l’eros impuro delle profondità fangose, il dio legato alla morte delle energie giovani, all’Afrodite terrena e all’erotismo indiscriminato e l’Eros uranico, l’amante di Psiche, legato all’Afrodite celeste, al matrimonio sacro e all’unione eterna con l’essere amato.  Una superiore esistenza spirituale deve necessariamente“, dice Bachofen nel Matriarcato, “fondersi sull’armonia con l’esistenza fisica“. [10]Il culto del dio era quindi perfettamente compatibile con lo stato di donna coniugata [11] e rappresentava il tentativo di assoggettare le potenze scatenate e incontrollabili dell’eros e della vita, dopo averle evocate, per mezzo dei princìpi ordinatori del ritmo e della danza. __________Note1. Alcuni fanno risalire a Jambe l’etimo dei versi Giambici.2. Tradizionalmente rappresentavano la carne e il sangue di Dioniso, smembrato dai Titani in 7 parti. 3. In epoca classica la cerimonia aveva il costo di 15 dracme; Alcune famiglie eleusine erano destinate a gestirla. La principale era quella degli Eumolpidi (Eumolpo = il buon cantore), discendenti da Eumolpo, primo sacerdote di Demetra.Nei grandi Misteri, che venivano celebrati con la luna calante, gli iniziati velati si bagnavano nel mare prima di dare inizio ai riti. Durante una delle fasi dell’iniziazione il neofita aveva mano destra e piede sinistro legati con un nastro giallo. Doveva anche ammettere i suoi torti e bere un’”acqua dell’oblio”. Durante la processione si veniva incoronati con una corona di mirto e venivano utilizzate foglie di pioppo bianco [sacro a Persefone: col pioppo bianco venivano fabbricate le bare.4. Non si tratta di parole greche e Schuré ha loro attribuito una origine indoeuropea. Wilford  pensa che derivino dal sanscrito:  “Konx” deriverebbe da “kansha” (cioè “oggetto di desiderio intenso”); “om” da “oum” e “pax” da “pasha” (scambio, ciclo). L’ espressione  significherebbe quindi : “ritorna all’anima universale”.5. Durante i riti si buttavano dentro buche i resti di animali sacrificati (maiali) e anche simboli sessuali fatti di pasta, come pure rami di pino, un sempreverde legato al culto dionisiaco. In seguito raccoglievano i resti e li disponevano sugli altari e quindi li bruciavano. Le ceneri venivano mescolate con i semi della seminagione nell’idea di avere un raccolto abbondante: era un incantesimo di fertilità. Il maiale era introdotto nel rituale in omaggio a Eubuleo, guardiano di porci, figlio del sacerdote Trochilo e fratello di Trittolemo. I maiali di Eubuleo sarebbero sprofondati nella stessa cavità dove sprofondò Persefone. Durante i misteri della dea le donne non potevano nominare né il padre né il figlio…Il maiale era legato ai misteri anche perché nutrito prevalentemente col grano (durante le Tesmoforie le donne mangiavano carni suine e per un giorno si nutrivano solo di melograni, severamente proibiti nei giorni restanti) e per il fatto che i maiali di Eubuleo erano precipitati con Persefone nell’abisso.6. Secondo  Asterio e Clemente Alessandrino il sacerdote e la sacerdotessa di Demetra si univano carnalmente, ma, al netto delle maldicenze cristiane, sappiamo che questa unione era solo rituale e che il sacerdote si privava della virilità con una applicazione di cicuta e che talvolta l’unione veniva rappresentata simbolicamente facendo scorrere un fallo di legno in uno stivaletto femminile.7. Serpenti e falli erano legati anche al culto degli antenati.8. Ade e gli inferi possono invece rappresentare un mondo di desideri e passioni maschili che le fanciulle immature temono e non conoscono. Esse si sentono scelte e desiderate per delle caratteristiche femminili di seduzione e avvenenza che non hanno ancora assunto come proprie.9. Un significato non dissimile da questo nasconde la celebre fiaba della “La Bella e al Bestia” nella quale il Principe, racchiuso in un involucro animale, deve essere accudito ed amato dalla Bella per un intero anno in quella forma, per potersi poi trasformare nuovamente in un bel giovane. Analogamente Dioniso, presente in ogni uomo come aspetto divino della sua virilità, deve essere accettato e amato per la sua parte primaria e istintuale per poter poi liberare l’aspetto Sublime di sé.10. Il Dio si accompagnava spesso a una pantera , animale che, secondo il mito, era caratterizzato da un profumo sensuale che sprigionava sia dal corpo che dall’alito. Secondo Detienne [Cfr. M. Detienne,  Dioniso e la pantera profumata, Roma-Bari 1983] La pantera rappresentava nell’immaginario dei greci  l’aspetto del desiderio che viene suscitato dal corpo femminile e dai suoi aromi. Il profumo attribuito alla pantera ci fa  credere che questa  rappresentasse gli aspetti più “sottili” della seduzione. La follia orgiastica e l’irruenza copulatoria del corteo di Dioniso, delle Menadi, non erano, secondo la mentalità greca, immorali, ma degne di venerazione e sante, perché si manifestavano sotto l’egida del dio che rappresentava simultaneamente anche l’amore sacro della coniuge per il marito, l’amore per il maschile ideale e alato e per il puro princìpio spirituale.La sessualità veniva cioè vissuta secondo lo scopo per il quale essa era stata donata alle donne in quanto esseri viventi.11. Anche se le sacerdotesse di Hera e quelle di Dioniso non potevano rivolgersi reciprocamente la parola ed era proibito introdurre l’edera nei templi di Hera.torna su
L’iniziazione ai culti femminili nei Misteri del mondo antico /2di Alessandro Orlandiprodotto per Esonet.it
Passiamo ora ad esaminare alcune immagini provenienti dalla villa dei Misteri di Pompei, luogo di iniziazioni femminili ai Misteri di Dioniso. Queste immagini ci aiuteranno ad approfondire quanto abbiamo detto fin qui.Cominciamo ricordando che nei sacrifici dionisiaci una parte dell’animale sacrificato veniva conservata dopo lo smembramento e doveva servire alla sua futura reintegrazione e rinascita.Alcuni, in accordo con il mito della resurrezione di Dioniso Zagreo, sostengono si trattasse del cuore, altri del fallo. [12] È possibile che i due organi incarnassero in modo diverso lo stesso princìpio. Il cuore era infatti per i Greci il primo organo a formarsi nel corpo umano, sede del “fuoco vitale” e dell’intelligenza, mentre il fallo era il segno sensibile delle potenze della fertilità, dominato da energie sia uraniche che sotterranee, dal fuoco celeste di Eros come dalla forza del desiderio, proveniente dal regno di Efesto, situato sotto i vulcani.In realtà c’era anche un gioco di parole tra l’oggetto mistico che veniva portato in processione durante le feste dionisiache, racchiuso in un setaccio per il grano, [13] e le parole kradìa, “cuore” e krade, “albero di fico”. Per questo motivo l’albero del fico ed i suoi frutti erano sacri al dio e durante le stesse processioni venivano esibiti falli in legno di fico inghirlandati con fiori. [14]Nei misteri dionisiaci gli iniziati prendevano parte ad una cerimonia notturna [15] (nota dall’invettiva di Demostene contro Eschine) durante la quale dovevano indossare pelli di cerbiatto e predisporre un cratere di vino dal quale attingevano.Venivano quindi imbrattati con una mistura di argilla e paglia mentre dal buio emergeva la sacerdotessa, che portava una maschera da Gorgone, e, tra le urla dei presenti, venivano pronunciate le parole: “Sono sfuggito al male, ho trovato il meglio”.È anche noto che le iniziazioni femminili culminavano con la contemplazione del contenuto di un liknon coperto che racchiudeva un fallo. [16]L’oggetto che giaceva nel liknon veniva trattato dalle donne, dice Kerenyi, come un bambino al suo risveglio e probabilmente l’anno di Dioniso iniziava con un rito che si proponeva di ridestare il fallo nel liknon.Il giorno successivo alla cerimonia notturna di cui si è parlato, il gruppo degli iniziati passava per le strade recando la kiste e illiknon, che conteneva il fallo coperto da dolci e frutta. Alcuni brandivano serpenti vivi e la gente era incoronata da finocchio e pioppo bianco.In un’altra festa sacra a Dioniso, la festa delle falloforie, grandi falli venivano trasportati ed esibiti in pubblico.  Secondo Erodoto il paese originario delle falloforie era l’Egitto. Nei cortei egizi di cui parla Erodoto, le donne portavano in giro delle statue dotate di enormi falli i quali, grazie ad opportuni congegni, potevano muoversi.Riferimenti al fallo pervadono comunque tutta la sfera dionisiaca.Falli eretti di pietra comparivano spesso sui sepolcri come simboli delle forze generative primarie e sotterranee del ghenos e della stirpe, forze che l’iniziato era chiamato a riconoscere e affrontare dentro di sé per avere accesso all’Oltretomba. [17]La potenza generativa, la forza dell’istinto e del desiderio raffigurata dai falli di legno che venivano portati in processione, è l’archetipo della virilità ripartita tra gli uomini.
Questo dono di Dioniso si manifesta anche attraverso la corrente solare e celeste della vita che tutti gli anni si rianima al solstizio d’inverno, allorché le giornate ricominciano ad allungarsi, determinando il risveglio della Natura. Prima in modo occulto e sotterraneo e poi palese, quella stessa corrente primaverile fa salire la linfa lungo i tronchi ed i rami degli alberi, [18] e fa scoccare la scintilla dell’eros. [19]

Fig. 2 – Satiro e menade danzanti
A questa corrente impersonale, universale ed immortale, che i Greci chiamavano Zoì [20], si oppongono le esistenze individuali, circoscritte e tese all’autoconservazione e riproduzione di sé, animate da una forza vitale destinata a estinguersi nella sua unicità, che i greci conoscevano come Bios. Così la Zoì rappresentava la natura divina e immortale dell’uomo, mentre “Bios” era la totalità delle sue estrinsecazioni particolari, destinate prima o poi alle dimore di Ade.
Nelle iniziazioni e nelle feste dionisiache che celebravano il risveglio del principio vitale ed istintuale, fondamentale era il ruolo delle donne. Era infatti compito del polo femminile dell’esistenza risvegliare la Zoì addormentata nel letargo invernale, ridestare il fuoco sopito, rimettere in moto le potenti forze del desiderio e della crescita vitale, paralizzate dal gelo e dalla morte. Alle danze sfrenate e orgiastiche delle menadi [21] in preda all’ebbrezza che, seminude, si inerpicavano nel segreto dei monti per celebrare il sacrificio ed il pasto di carne cruda, brandendo serpenti vivi, possiamo accostare alcuni dei dipinti della Villa dei Misteri di Pompei. [22]
Gli affreschi rappresentano le varie fasi dell’iniziazione di una matrona, novella sposa, ai misteri di Dioniso.

Fig. 3 – Scena di iniziazione – Dioniso e Arianna
Al centro della parete frontale Arianna abbraccia un Dioniso seminudo e incoronato d’edera, mollemente adagiato sul grembo di lei.[23]
Fig. 4 – Donna che solleva il fallo nel Liknon e Nemesi che frusta l’Inverno
Fig 5 – Le quattro stagioni
Accanto a queste due figure una donna è inginocchiata con un braccio teso verso un liknon e, senza toccarlo, fa sollevare come per magia il phallos contenuto nel liknon, che è coperto da un drappo. Con l’altro braccio sorregge una torcia. [24] Vicino alla donna inginocchiata, una figura femminile alata è raffigurata nell’atto di vibrare un colpo di frusta.
Destinataria del colpo è una donna prona, dall’aria afflitta, la quale sembra attendere la sferzata e poggia la testa sulle ginocchia di un’altra donna seduta. Subito accanto una menade nuda, coperta soltanto da un lembo di mantello che assume la forma di una falce lunare e un’altra menade vestita che impugna il Tirso [25] e danza anch’essa, dirigendosi verso la donna seduta.

Fig. 6 – Visione di insieme delle figure 4 e 5
Le quattro figure femminili sono disposte in modo da formare un cerchio. La sala è dominata dall’immagine di una matrona la quale, comodamente assisa su uno scranno contempla l’intera sequenza dell’iniziazione. (L’immagine non è riprodotta in questo articolo).

Fig. 7 – Fanciulla che si specchia e fanciulla che assiste all’iniziazione
Dall’altro lato dell’entrata sono raffigurate due donne: una delle due, seduta, è una giovane che contempla la scena dell’iniziazione; l’altra, invece, in posizione eretta, guarda in un piccolo specchio sorretto da un  eros alato.
Le figure vanno considerate nel loro insieme: la donna inginocchiata della fig. 4, portatrice di luce, (la fiaccola), rappresenta il potere femminile, la capacità di evocare le forze generatrici della Natura [26] e di risvegliare ed eccitare gli istinti e la sessualità maschile. Nemesi [27], la figura alata che brandisce la frusta, è l’equivalente celeste della donna che fa sollevare il fallo dal liknon: il colpo di frusta della Dea [28], diretto verso la donna inginocchiata, che rappresenta l’Inverno (cfr. fig. 6), ha l’effetto di far volgere il ciclo del sole al solstizio invernale: le giornate ricominciano ad allungarsi dopo l’occultamento della luce.
Nemesi, l’angelo alato della sofferenza e del lutto, è quindi l’altro volto della fertilità, colei che ha il potere di far volgere il ciclo del sole, consentendo così la rinascita di Dioniso smembrato dai Titani. [29]
Le quattro donne disposte in circolo  sono evidentemente le quattro stagioni in cui è suddiviso l’anno: la donna prona che riceve la frustata “solstiziale” è l’Inverno, la menade nuda e danzante che reca la falce della luna crescente è la Primavera, quella vestita l’Estate e la donna seduta, che guarda verso Nemesi e sembra voler consolare l’Inverno, è l’Autunno.
Sorella gemella di Nemesi era Aidos, il Pudore, colei che conserva i segreti della notte, dea legata probabilmente al solstizio d’estate e al celarsi del Sole e delle bellezze della Natura nel sottosuolo.

Fig. 8 – Aidos, il Pudore
Le due giovani donne accanto all’entrata ci mostrano due aspetti complementari del rito: una assiste alle varie scene dell’iniziazione, mentre l’altra si guarda riflessa nello specchio. Ciò significa che essa riconosce dentro di sé le varie figure del rituale, a indicare che i misteri devono servire per conoscere se stessi. Le due donne stanno quindi compiendo la stessa azione.
Se spostiamo ora lo sguardo sulla parete opposta, un’altra serie di affreschi ci fanno penetrare ancor più nel senso riposto dei misteri di Dioniso.
Accanto allla dea Aidos [30], il Pudore, dal volto velato, un Satiro suona la lira e sullo sfondo si scorgono due Panische, una delle quali ha con sé una pelle di capra nera scuoiata mentre l’altra panisca allatta una capretta. Una terza capra è raffigurata in primo piano.

Fig. 9 – Panisca che allatta una capra, panisca che suona la siringa  e satiro che suona la lira
Nella  scena sopra descritta il Satiro suona la lira Apollinea, che fa passare l’anima dal mondo dell’Io e del “qui ed ora” al mondo oscuro delle profondità della psiche. Nel retro il mondo al quale si accede, svelato dalla musica sacra: la prima panisca, quella che allatta la capretta, incarna la sorgente sacra delle energie animali, della vitalità, del Bios e degli impulsi primari.
La seconda, che suona la siringa a sette canne, compone la melodia che costituisce l’essenza sottile di ogni essere vivente. [31]
La vita viene vista come una danza che asseconda il suono di quell’invisibile strumento. La panisca che lo impugna ha il potere di determinare in qualsiasi momento la morte del Bios che le è stato affidato, semplicemente smettendo di suonare.
Attraverso l’ebbrezza e la possessione dionisiaca l’iniziazione doveva svelare a ognuno questo retroscena sacro del “lato animale” degli esseri umani.
I satiri, gli eros, le panische, le ninfe e le altre figure del corteo dionisiaco altro non sono se non oggettivazioni delle sorgenti prime e inaccessibili degli istinti umani, sorgenti divine e sacre alle cui acque l’iniziato, disceso in se stesso, doveva riuscire ad attingere per rigenerarsi e trasformarsi.
Il lato sublime dell’uomo, secondo i Greci, andava dunque cercato proprio nel punto apparentemente più basso dell’essere, là dove gli stimoli hanno origine.
Alla sinistra di Aidos, accanto a Dioniso e Arianna, l’affresco più celebre della Villa dei Misteri: un satiro seduto mostra un recipiente cavo a un giovane che si rispecchia nell’interno lucido della coppa (cfr fig. 3), ma un secondo giovane alle spalle del primo, solleva una maschera da satiro orientata in modo tale che il primo giovane scorga nella coppa le sembianze della maschera anziché il proprio volto.
Dietro ciò che sembra provenire dalla volontà cosciente si nascondono l’inesprimibilità, l’incommensurabilità e la terrorizzante numinosità del divino e del sacro. Ogni uomo porta con sé sia il mondo infero dei dèmoni e dei morti che quello celeste degli dèi. È per ciò che il giovane iniziato, invece di scorgere il proprio volto riflesso nella coppa, contempla il volto di un anziano e barbuto satiro, una maschera, questa, proveniente dalle profondità più abissali del suo inconscio.
Egli prende così coscienza delle vere origini di quel che credeva il suo Io, dell’essere senza tempo da cui è abitato, ed è iniziato al mondo degli uomini adulti, di coloro che sanno come nel monotono scorrere del tempo profano si nascondano mille soglie invisibili che possono condurre al tempo eterno degli dei. Insomma, diventa uomo nel senso più vero e sottile del termine. [32]
Non è estraneo a questa simbologia il fatto che il giovane si rispecchi proprio in una coppa cava, destinata a contenere vino.A generare la sovrapposizione tra Bacco-Dioniso e il dio del vino sono proprio le modalità di preparazione della bevanda, dalla danza arcaica dei pigiatori d’uva, mascherati da Satiri e Sileni, dèi degli istinti che trasmutano l’energia vitale contenuta nel sangue, ai processi di fermentazione e maturazione del vino che “sente” la primavera e ribolle nelle anfore e nei tini, perfezionandosi a opera del fuoco celeste che lo anima. [33]
Il vino, sangue della Terra, induce alla procreazione, alla possessione, all’affratellamento e alla convivialità, alla sensualità e alla perdita delle inibizioni.
Il bere vino facilitava insomma l’insorgere della mania nei posseduti da Dioniso e metteva in moto, scatenava, un aspetto dell’istintualità altrimenti bloccato da mille condizionamenti perché vissuto come pericoloso. Questa esperienza conduceva l’iniziato allo stupore di chi si riconosce abitato da forze invisibili e di origine ignota. “Rotta la sua individualità“, dice Colli nella Sapienza Greca, “il posseduto da Dioniso vede quel che i non iniziati non vedono“.
In questa nascosta affinità tra le regioni sotterranee della psiche e quelle celesti sta tutto il senso delle iniziazioni femminili e del ruolo di Dioniso come “Soter”, ossia “salvatore” e dio delle donne.
Le due iniziazioni dionisiache (i piccoli ed i grandi Misteri) attendevano i morti nell’al di là e, in particolare, si riteneva che le persone morte in giovane età fossero chiamate a nozze dionisiache e che Eros-Dioniso-Ade rapisse le donne alla vita per unirsi a loro in nozze sotterranee. Mentre il suono dei flauti dionisiaci accompagnava le cerimonie funebri, le giovani defunte promesse al dio dovevano trasformarsi in Arianna; [34] e i giovani nello stesso Dioniso.
Sostiene Kerenyi che le donne, attratte fuori dal Bios, dalla loro esistenza individuale, dovevano ricongiungersi nell’al di là con la Zoì, con la corrente cosmica della vita. 
__________
Note
12. Cfr. K. Kerenyi, Dioniso pag. 242, e W.F. Otto, op. cit.
13. Tale oggetto mistico veniva chiamato Kradaios e il setaccio Liknon.
14. Gli attori della commedie, spesso travestiti da satiri, “serbano per tutto il V sec. a. C. il segno della loro origine rituale, il fallo, che insieme con la maschera e le imbottiture, dovevano presentarli deformi, indipendentemente dal ruolo del personaggio”. [Cfr. D. Lanza, L’Attore in Oralità Cultura e Spettacolo a cura di M. Vegetti, Torino 1992, pag. 137]. Phalês, figura divina e fallica che sfilava nelle processioni in onore di Dioniso, veniva celebrata come suo amico e compagno e appartiene alla preistoria della commedia.
Lo stesso aspetto itifallico avevano i bambolotti articolati che facevano parte dei giocattoli di Dioniso Zagreo, spesso rinvenuti nei corridoi funerari.
15. Cfr. W. Burkert, Antichi culti misterici, Bari 1987, cap. IV e J. J. Bachofen, Il Matriarcato, Torino 1988.
16. Attorno ai due recipienti del culto dionisiaco, la kiste ed il liknon, era spesso arrotolato un serpente.
17. Non si deve però pensare che, in quanto dio fallico, Dioniso avesse solo caratteristiche telluriche.  Viene infatti anche raffigurato come fallo celeste incoronato da stelle. Del resto è proprio Dioniso a condurre in cielo Efesto; il dio dei Vulcani e del fuoco sotterraneo. Talvolta indossa un mantello stellato e fa da guida al coro degli astri come Lunus, il sovrano del cielo notturno, come “lo splendente di notte”, “quello delle danze notturne” e come “sole dell’emisfero notturno”.
18. Dioniso Dendrites era anche un dio dell’albero e della linfa, in quanto dio che muore e rinasce. Gli erano sacre l’edera che si arrampica sui tronchi degli alberi e sulle colonne e la vite. Nelle città il dio era talvolta rappresentato da una colonna con edera rampicante alla quale era appesa una maschera. Si appendevano agli alberi statuette di Dioniso (dalle sembianze femminee) o Arianna o Artemide, libere di ruotare per volgersi nelle varie direzioni e fertilizzare i campi e i frutteti (cfr. R. Graves, I miti greci, pag. 316).
19. Scriveva Arnobio: “Fascinus quo territoria cuncta florescent“: “Il fallo che fa prosperare ogni ambito”.
20. Cfr. K. Kerenyi, op. cit., Introduzione.
21. Dioniso è spesso inteso come “signore della natura umida”, accanto a Poseidone, è evocato dal mare e più volte rappresentato con il simbolo del pesce.  Si diceva inoltre che il Tirso impugnato dalle menadi avesse il potere di far scaturire acqua dalla Terra.
22. Per una trattazione approfondita dei dipinti ed una esauriente bibliografia sulla Villa dei Misteri cfr. S. Villani, I Misteri della stanza n. 5, Roma 1992 e Sauron G., La grande fresque de la Villa des Mystères à Pompei, Paris 1998.
23. Dioniso (per assonanza: Dio-nisos – “il dio zoppo”) ha un solo piede calzato, mentre l’altro sandalo giace accanto allo scranno sul quale Arianna è assisa. Sul Monosandalismo cfr. il cap. 2 parte 3a della Storia Notturna di C. Ginsburg nel quale si sostiene che il monosandalismo di Dioniso, di Giasone, di Persefone, di Hermes e di Perseo e la zoppia di altri dei, eroi e personaggi di miti, fiabe e leggende (una lunga teoria di figure che comprende, tra l’altro, Edipo e Cenerentola) rappresenta un avvenuto passaggio dal mondo dei morti e un legame contratto con il mondo infero. In particolare sull’andamento “saltellante” di alcune danze antiche legate a culti funerari (tra cui la già citata danza delle gru) cfr. E. De Martino, Morte e Pianto rituale, cap. 5 e 7. Lo zoppicare, così come l’aiutarsi con un bastone, ha un significato simbolico ambiguo: può essere il segno visibile di una menomazione spirituale così come può indicare la condizione dell’iniziato, di colui che ha riconosciuto le proprie proiezioni e la propria dipendenza dalle leggi cosmiche.  Si pensi a Giacobbe, zoppicante dopo la sua lotta vittoriosa con l’Angelo, a Vulcano, a Varuna, Odino ed ai fabbri in generale i quali, conoscendo il segreto per forgiare i metalli tratti dalle viscere della Terra, sono spesso raffigurati come claudicanti. Talvolta lo zoppicare è invece una caratteristica diabolica, attribuita al demonio.
24. L’erezione del fallo nel liknon era anche assimilata alla nascita di un fanciullo divino. Nei riti dionisiaci il fanciullo Iacco era il portatore di fiaccola, di luce, nonché “l’amministratore dei tesori dionisiaci dell’anno che lui stesso dispensa”. Prima dell’inizio dei Misteri di Eleusi, sacri a Demetra e Persefone, durante i quali, al tempo della vendemmia, nasceva nel mondo ctonio un bambino divino, Iacco veniva portato in processione e si diceva: “Iacco, oh Iacco, tu dei misteri notturni astro portatore di luce“.  Kerenyi sostiene (cfr. op. cit. cap. 3) che era assimilato alla stella Sirio. Simultaneamente al risveglio del fanciullo-fallo un altro rito veniva compiuto nel tempio di Apollo con il Tripode nel quale ardeva il fuoco sacro. Lo stesso Tripode serviva alla Pizia per vaticinare (le “sorti” saltavano da sole verso la mano della veggente).
25. Un ramo di abete avvolto da edera e tralci di vite e sormontato da una pigna.
26. Si riteneva che nei tre mesi invernali che precedevano la primavera le danze delle menadi, eseguite in luoghi montani selvaggi ed inaccessibili agli uomini, avrebbero richiamato nel mondo energie sufficienti a risvegliare il dio maschile della sessualità, delle linfe e della fertilità.
27. I Dioscuri Castore e Polluce ed Elena hanno origine da un uovo partorito da Nemesi che si era trasformata in Oca per sfuggire a Zeus. Zeus, allora, assunto l’aspetto di un cigno raggiunge Nemesi e si congiunge con lei. L’uovo viene poi affidato a Leda da Hermes. Il culto dell’uovo aveva un posto centrale nei misteri dionisiaci, anche considerando che secondo il mito Orfico della creazione l’universo ebbe inizio quando la Notte, unitasi con il Serpente Ofione, partorì un uovo d’argento.
28. Che aveva come emblemi una ruota ed un ramo di melo carico di frutti.
29. La dea Nemesi è talvolta identificata con la Fortuna, Vortumna, “colei che fa volgere l’anno” più spesso nota con il nome di Tyche, sorella di Nemesi (cfr. J. J. Bacofen op. cit., pagg. 180-183 e R. Graves, I miti greci, pag. 111). A proposito del significato simbolico del colpo di frusta ricorderemo l’usanza di fustigare le messi e gli alberi dei frutteti per renderli fertili e la festa romana dei Lupercalia durante la quale i giovani luperci correvano per le strade di Roma fustigando le donne che incontravano con corregge in pelle di capro allo scopo di renderle fertili entro l’anno.
30. Aidos è quasi certamente raffigurata anch’essa nell’affresco della Villa dei Misteri (cfr. fig.8):  è una donna che si copre il capo con un drappo viola e tende una mano in avanti, come per respingere qualcosa. Il drappo sembra essere lo stesso che poi coprirà il phallos, in una delle scene successive. Coprirsi il capo, guardare dentro di sé, corrisponde quindi ad aver occultato e coperto il principio generatore, all’esterno. L’intera sequenza ricorda alcuni aspetti caratteristici della Pasqua Cristiana nel periodo che precede la Resurrezione. L’analogia è rafforzata dal fatto che alcune officianti il rito recano rametti di olivo. Inoltre, una donna in piedi accanto a colei che fa sollevare il phallos, sorregge una patera colma di spighe di grano appena recise. A palazzo Marino a Roma è conservata un’ara del II sec. d. C. che reca l’immagine dei Dioscuri, di Zeus e di due figure identificabili come Helena (che sorregge una fiaccola) e Leda con il cigno, che si copre la testa con il mantello in modo analogo alle donne della Villa dei Misteri che abbiamo ora descritto. La circostanza acquista significato dal punto di vista della nostra interpretazione se si pensa che, nella versione attica del mito della nascita dei Dioscuri e di Helena, colei che si unisce a Zeus in forma di cigno partorendo l’uovo è Nemesi e Leda è solo la custode dell’uovo. Un altro bassorilievo simile è conservato, sempre a Roma, nella basilica dei ss. Quattro.
31. Cfr. M. Schneider, La musica primitiva, Milano 1992.
32. Cfr. il saggio Uomo e Maschera in  K.  Kerenyi, Miti e Misteri, Torino 1979.
33. Cfr. L. Charpentier, I Misteri del Vino, Roma 1981.
34. Riferisce Kerenyi che a Nasso veniva celebrata una doppia festa in onore di Arianna: una di afflizione per l’Arianna mortale, l’altra di gioia per l’Arianna moglie di Dioniso. Anche Dioniso era celebrato attraverso due diverse figure: una con la maschera di legno di fico, l’altra di legno di vite.
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Letture d'EsoterismoAbbiamo parlato in effetti più di ciò che accadeva nei Grandi Misteri e trascurato i Piccoli Misteri, limitandoci a dire che probabilmente gli iniziati dovevano sostenere quattro prove legate agli elementi. Uno spiraglio di luce ci viene offerto dalla bellissima storia di Amore e Psiche, contenuta nell’Asino d’oro di Apuleio.
L’iniziazione ai culti femminili nei Misteri del mondo antico /3di Alessandro Orlandiprodotto per Esonet.it
Abbiamo parlato in effetti più di ciò che accadeva nei Grandi Misteri e trascurato i Piccoli Misteri, limitandoci a dire che probabilmente gli iniziati dovevano sostenerequattro prove legate agli elementi. Uno spiraglio di luce ci viene offerto dalla bellissima storia di Amore e Psiche, contenuta nell’Asino d’oro di Apuleio. Il libro racconta la trasformazione dell’io narrante in asino e le sue peripezie, prima di recuperare la forma umana grazie all’intercessione della dea Iside. È molto probabile che la storia di Eros e Psiche adombri proprio una iniziazione ai piccoli misteri.
Il Mito di Eros e Psiche
Venere, invidiosa della bellezza della mortale Psiche, invia suo figlio Eros con il compito di far innamorare la fanciulla di un uomo di umili origini. Nel frattempo il padre di Psiche, preoccupato perché sua figlia non trova marito malgrado la sua bellezza, interroga l’oracolo di Apollo, il quale vaticina che la ragazza dovrà sposare un essere che non ha origini umane, “un mostro crudele e feroce con volto di serpe”, dopo averla esposta sulla cima di un monte. Eros la vede e se ne innamora mentre Psiche è addormentata. Quando Psiche si risveglia, si trova sulla soglia di un palazzo fiabesco e si aggira per le stanze sontuose dialogando con una voce incorporea. Eros accetta di sposare la fanciulla a patto che lei non contempli mai il volto di lui e che si uniscano solo durante la notte. Le nozze vengono celebrate ma le sorelle invidiose di Psiche instillano in lei il sospetto che Eros sia un mostro orrendo. Psiche, che nel frattempo è rimasta incinta, contempla il bellissimo volto di Eros alla luce di una candela. Emozionata, lascia cadere una goccia di cera su Eros, che si sveglia.Subito rimprovera Psiche per aver tradito il patto e poi svanisce. Psiche, folle di amore, lo cerca per tutta la terra (mentre contemplava Eros si era anche ferita con la punta di una delle implacabili frecce della faretra del dio…). Dopo questi fatti le sorelle invidiose moriranno, uccise dalla loro stessa brama. Nel frattempo, grazie alla sua serva Abitudine, Venere trova Psiche e la maltratta, quindi le mette davanti un mucchio di semi di papavero, ceci, lenticchie e fave e le chiede di separarli. Psiche porta a termine questa prima prova grazie all’aiuto soccorrevole delle formiche. [Terra, facoltà analitiche, saper dare a ogni cosa il suo valore, saper distinguere, scegliere e discriminare]
La seconda prova consiste nel recarsi presso un gregge di pecore dalla lana d’oro purissimo, riportando a Venere una quantità consistente di quella lana. Prima che sia troppo tardi una canna palustre spiega a Psiche che, finché il sole è alto nel cielo, le pecore incornano e mordono con ferocia, instillando un veleno mortale in chiunque si avvicini loro. Occorre, prosegue la canna, attendere che il sole superi il mezzogiorno e poi le pecore diverranno mansuete e la lana potrà essere racolta senza pericolo. Psiche segue il consiglio della canna e raccoglie poi i boccoli di lana d’oro rimasti impigliati nella vegetazione della boscaglia. [Acqua, flessibilità, saper attendere scegliendo il momento adatto, dopo un percorso di maturazione, cioè dopo il mezzogiorno, lasciare che le cose “si compiano” da sole – la lana che resta attaccata ai rami. ]Nella terza prova Venere conduce Psiche sulla cima di una montagna, le mostra un fiume impetuoso che scorre in una valle inaccessibile custodita da draghi feroci e le dà un’ampolla: la fanciulla dovrà attingere l’acqua del fiume, un affluente dello Stige, la palude degli inferi. La stessa acqua di quel fiume grida e si oppone a chiunque voglia attingerla.Psiche viene aiutata da un’aquila [aria, capacità di visione, cultura sviluppo delle facoltà superiori, saper attingere alla propria “acqua interiore” superando l’abisso che ci separa da quella sorgente]Infine l’ultima prova: Venere dà a Psiche un barattolo, una pisside, e le chiede di portarla nell’oltretomba, a Proserpina/Persefone, per farsi dare da lei un poco della bellezza eterna. Le ordina tassativamente di non aprire la scatola e di riportargliela indietro. Sopraffatta da quel compito impossibile e non sapendo come raggiungere l’Averno, Psiche sta per gettarsi giù a capofitto da un’alta torre ed uccidersi quando proprio la torre su cui è salita decide di aiutarla. Le spiega la strada per raggiungere l’entrata degli inferi e le dà alcuni buoni consigli: Psiche dovrà portare con se due monete e due focacce impastate col miele. Incontrerà sulla sua strada un asinaio zoppo con un asino zoppo, e l’asinaio le chiederà di aiutarlo a raccogliere la legna che gli è caduta in terra. Psiche dovrà tirare dritto senza ascoltarlo. Quindi dovrà farsi traghettare lungo il lago sotterraneo che conduce al regno di Ade pagando Caronte con una moneta che questi raccoglierà dalla bocca di Psiche. Non dovrà dare ascolto né a un vecchio morto che tornerà a galla nel lago per chiedere di essere traghettato, né alle tessitrici che chiederanno il suo aiuto. La legge divina vieta a Psiche di toccare la loro opera e di interferire [dice la Torre: “laggiù la pietà ti è interdetta dalle leggi: Tutti questi sono tranelli di Venere”].Soddisferà il feroce cane Cerbero, che sta a guardia degli inferi, con una delle focacce. Una volta giunta agli inferi, Persefone le offrirà un pasto sostanzioso, ma Psiche dovrà chiedere un tozzo di pane secco e mangiare solo quello. Ripresa la scatola con il suo prezioso contenuto potrà tornare indietro dando a Cerbero e a Caronte l’altra focaccia e l’altra moneta. “Ma soprattutto” – si raccomanda la Torre – “non aprire mai la scatola!”. Ma Psiche, che vuole riconquistare Eros ed essere ancora più bella apre la scatola e un sonno infero la assale. La risveglierà Eros per condurla con lui in cielo. [fuoco: saper vedere la vera funzione di ogni cosa, il suo motivo d’essere, la trama dietro le apparenze. Non auto commiserarsi, essere spietati con se stessi e quindi non proiettare all’esterno le proprie parti deboli e malate]Nell’infrangere il primo divieto Psiche è spinta dagli squilibri dell’anima (invidia, brama, gelosia, le sorelle malvage) a contemplare il volto di Amore. È ciò che fanno normalmente i riduzionisti quando cercano disperatamente di razionalizzare ciò che è irriducibile alla ragione. Dopo una purificazione (morte delle sorelle, parti impure dell’anima), Psiche affronta la prova dei 4 elementi e la supera. Infrange quindi anche il secondo divieto, mentre reca in mano quella stessa scatola che quasi tutte le Kore del museo archeologico di Atene portano in dote a Persefone… Paradossalmente è proprio infrangendo il secondo divieto, aprendo la scatola destinata a Venere e addormentandosi quindi nel sonno della morte che Psiche riesce a riunirsi ad Eros e ad ascendere al cielo con lui. torna su
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