Marcel Aymé


  • Lumiltà è l’anticamera di tutte le perfezioni. (da Clérambard, 1950)
  • La vita giunge sempre a una brutta fine. (da Les oiseaux de lune, 1955)
  • Le nostre buone azioni, spesso, sono più losche dei nostri peccati”. (Vogue la galère ) 

Marcel Aymé: ” L’uomo che attraversava i muri “
( Dal blog di Massimo Sestili)
Viveva a Montmartre, al terzo piano del 75 bis di rue d’Orchampt, un uomo esemplare di nome Dutilleul che possedeva il dono singolare di passare attraverso i muri senza alcuna difficoltà. Portava degli occhiali a stringinaso, una piccola barbetta nera, ed era impiegato di terza classe presso il ministero del Registro. D’inverno si recava in ufficio con l’autobus, mentre in estate percorreva il tragitto a piedi con la sua bombetta. 

Quando ebbe la rivelazione del suo potere, Dutilleul era appena entrato nel suo quarantatreesimo anno. Una sera, un breve guasto all’impianto elettrico l’aveva sorpreso all’ingresso del suo piccolo appartamento da scapolo; tentennò per un istante nel buio e, tornata la luce, si ritrovò sul pianerottolo del terzo piano. Siccome la porta d’ingresso era chiusa a chiave dall’interno l’incidente gli diede da riflettere; così, nonostante le rimostranze della ragione, decise di rientrare a casa come ne era uscito, passando attraverso la parete. Questa strana facoltà che sembrava non rispondere ad alcuna delle sue aspirazioni, non mancò di contrariarlo un po’ e il giorno dopo, sabato, approfittando della settimana inglese, andò a far visita al medico del quartiere per esporgli il suo caso. Il dottore, dopo essersi convinto che egli diceva la verità, e dopo aver fatto un esame, scoprì la causa del male in un indurimento elicoidale della parete strangolare del corpo tiroideo. Diagnosticò un sovraffaticamento e prescrisse, a ragione di due compresse l’anno, l’assunzione di polvere di ‘pirette’ tetravalente, miscela di farina di riso e ormoni di centauro. 
Dopo aver assunto una prima compressa, Dutilleul dimenticò il farmaco in un cassetto e non ci pensò più. Quanto al sovraffaticamento, la sua attività di funzionario statale era regolata da abitudini che non si conciliavano con alcun eccesso, e le sue ore di svago, consacrate alla lettura del giornale e alla sua collezione di francobolli, non lo costringevano ad un irragionevole dispendio di energia. Dopo un anno aveva dunque mantenuto intatta la facoltà di passare attraverso i muri, ma non la utilizzava mai se non inavvertitamente, essendo poco curioso di avventure e restio agli impulsi ribelli dell’immaginazione. Non gli veniva mai in mente nemmeno l’idea di rientrare a casa se non per la porta e dopo aver debitamente aperto la serratura. Forse sarebbe invecchiato nella pace delle sue abitudini senza avere la tentazione di mettere il suo potere alla prova, se un avvenimento straordinario non fosse intervenuto improvvisamente a sconvolgere la sua vita. Monsieur Mouron, il suo vicecapufficio, chiamato ad altri compiti, fu sostituito da un certo monsieur Lécuyer, un taciturno che aveva i baffi a spazzola. Fin dal primo giorno, il nuovo vice-capo, mostrò di non sopportare che Dutilleul portasse uno stringinaso a catenella e una barbetta nera, e iniziò a trattarlo come una vecchia cosa ingombrante e poco pulita. Ma la cosa più grave era che pretendeva di introdurre nel suo servizio dei cambiamenti di considerevole portata e ben calcolati per turbare la quiete del suo subordinato. Da venti anni Dutilleul iniziava le sue lettere con la seguente formula: «In riferimento alla Sua pregiata presente, e in relazione alla nostra corrispondenza precedente, ho l’onore di informarla …». Formula alla quale monsieur Lécuyer intendeva sostituirne un’altra con un tono più americano: «In risposta alla Sua lettera del giorno tale, la informo …». Dutilleul non poté abituarsi a questo nuovo modo di scrivere le lettere. Tornava suo malgrado alla maniera tradizionale, con una ostinazione meccanica che gli valse l’ostilità crescente del suo vice-capo. L’atmosfera del ministero del Registro divenne per lui quasi opprimente. La mattina si recava a lavorare con apprensione, e la sera, a letto, arrivava spesso a pensare un quarto d’ora intero prima di addormentarsi. 
Disgustato da questa volontà retrograda che comprometteva il successo delle sue riforme, monsieur Lécuyer fece relegare Dutilleul in un bugigattolo semibuio attiguo al suo ufficio. Vi si accedeva da una porta bassa e angusta affacciata sul corridoio che portava ancora in stampatello la scritta: Ripostiglio. Dutilleul aveva accettato con rassegnazione questa umiliazione senza precedenti, ma nel suo intimo, leggendo sul giornale il racconto di un sanguinoso fatto di cronaca, si sorprese a sognare che monsieur Lécuyer ne fosse la vittima. 
Un giorno il vice-capo fece irruzione nello stanzino sventolando una lettera e gridò: – Riscrivete con me questa cartaccia! Riscrivete con me questa innominabile letteraccia che disonora il mio ufficio! 
Dutilleul volle protestare, ma monsieur Lécuyer, la voce tonante, lo trattò da scarafaggio abitudinario e, prima di andarsene, accartocciò la lettera che aveva in mano e gliela gettò in faccia. Dutilleul era modesto ma fiero. Rimasto solo nel suo bugigattolo sentì salirgli la temperatura e, improvvisamente, fu preda di una ispirazione. Lasciata la sua sedia entrò nel muro che separava il suo ufficio da quello del vice-capo, ma entrò con cautela, in modo tale che solo la sua testa emergesse dall’altro lato. Monsieur Lécuyer, seduto alla sua scrivania, con la penna ancora tremolante spostava una virgola nel testo di un impiegato sottoposto alla sua approvazione, quando sentì tossire nel suo ufficio. Alzando gli occhi scoprì con sgomento indicibile la testa di Dutilleul incollata al muro come un trofeo di caccia. E quella testa era viva. Attraverso lo stringinaso a catenella, da essa saettava uno sguardo pieno di odio. Come se non bastasse, la testa cominciò a parlare. 
– Signore, disse, lei è una canaglia, un cafone e un furfante. 
Terrorizzato, monsieur Lécuyer non poteva distogliere gli occhi da quella apparizione. Infine si staccò dalla sua sedia, balzò nel corridoio e corse fino al bugigattolo. Dutilleul, la penna in mano, era seduto al suo solito posto in un atteggiamento tranquillo e laborioso. Il vice-capo lo guardò a lungo e, dopo aver balbettato poche parole, ritornò nel suo ufficio. Si era appena seduto che la testa riapparve sul muro. 
– Signore, lei è una canaglia, un cafone e un furfante. 
Nel corso di quella sola giornata, la testa temuta apparve ventitré volte sul muro, e con lo stesso ritmo nei giorni successivi. Dutilleul, che aveva acquisito una certa spigliatezza in questo giuoco, non si accontentava più di insultare il vice-capo. Pronunciava delle oscure minacce, esclamando con una voce sepolcrale punteggiata da risate veramente demoniache: 
– Garou! Garou ! Un pelo di lupo! (risate). Si aggira un brivido che porta via tutti i gufi (risate). 
Udendo ciò, il povero vice-capo diventava un po’ più pallido e accaldato, i capelli gli si drizzavano sulla testa e gli colava sulla schiena un orribile sudore d’agonia. Il primo giorno dimagrì di mezzo chilo. Nella settimana successiva, oltre a dimagrire a vista d’occhio, prese l’abitudine di mangiare la zuppa con una forchetta e di salutare militarmente le guardie. All’inizio della seconda settimana venne a prelevarlo nel suo appartamento un’ambulanza che lo portò in una casa di cura. 
Dutilleul, liberatosi dalla tirannia di monsieur Lécuyer, poté tornare alle sue amate formule: «In riferimento alla Sua pregiata presente…». Eppure, non era soddisfatto. Qualcosa in lui reclamava un nuovo e imperioso bisogno, che non era niente di meno che la necessità di passare attraverso i muri. Senza dubbio avrebbe potuto farlo facilmente, ad esempio a casa sua, cosa che del resto non mancò di fare. Ma l’uomo che possiede delle doti brillanti non può sentirsi soddisfatto a lungo esercitandole su un oggetto mediocre. Passare attraverso i muri non poteva essere fine a se stesso. È l’inizio di un’avventura che richiede un successivo sviluppo e, in breve, una ricompensa. Dutilleul lo comprese molto bene. Sentiva in lui un bisogno di espansione, un crescente desiderio di essere rispettato e di eccellere, uniti ad una certa nostalgia che era qualcosa di simile ad una chiamata da dietro il muro. Purtroppo gli mancava uno scopo. Cercò ispirazione nella lettura del giornale, in particolare nelle rubriche di politica e sport, che gli sembravano essere delle attività onorevoli, ma si rese subito conto che esse non offrivano alcuno sbocco alle persone che attraversavano i muri, e ricadde sui fatti di cronaca che si mostrarono più suggestivi. 
Il primo furto al quale si dedicò Dutilleul ebbe luogo in un grande istituto di credito della riva destra . Dopo aver attraversato un dozzina di muri e pareti divisorie, penetrò in diverse casseforti, riempì le sue tasche di banconote e, prima di ritirarsi, con un gesso rosso firmò il suo furto con lo pseudonimo di Garou-Garou: un grazioso e largo svolazzo che fu riprodotto il giorno dopo su tutti i giornali. In capo ad una settimana il nome di Garou-Garou conobbe una celebrità straordinaria. La simpatia del pubblico andava senza riserve a questo prestigioso scassinatore che provocava la polizia così graziosamente. Si segnalava ogni notte per un nuovo successo realizzato a scapito di una banca o di un gioielliere o di un ricco individuo. A Parigi come in provincia, non c’era nessuna donna un po’ sognatrice che non avesse un ardente desiderio di appartenere anima e corpo alla terribile Garou-Garou. Dopo il furto del famoso diamante di Burdigala e quello con scasso al Crédit Municipal, che ebbero luogo nella stessa settimana, l’entusiasmo della folla raggiunse il delirio. Il ministro degli Interni diede le dimissioni trascinando nella sua caduta anche il ministro del Registro. Intanto Dutilleul, divenuto uno degli uomini più ricchi di Parigi, era sempre puntuale nel suo ufficio e si parlava di lui per gli allori accademici. La mattina, al ministero del Registro, provava piacere nell’ascoltare i commenti che facevano i colleghi sulle sue prodezze della sera prima. «Questo Garou-Garou, dicevano, è un uomo formidabile, un superuomo, un genio». Ascoltando tali elogi Dutilleul diventava rosso di vergogna, e dietro lo stringinaso a catenella i suoi occhi brillavano d’amicizia e di gratitudine . Un giorno, quella atmosfera di simpatia gli diede talmente fiducia che egli credette di non poter più tenere a lungo il segreto. Con un residuo di timidezza, guardò i suoi colleghi riuniti intorno a un giornale che descriveva la rapina della Banque de France, e disse con voce flebile: «Sapete, Garou-Garou sono io». Una risata enorme e interminabile accolse la confidenza di Dutilleul che ricevette, per derisione, il soprannome di Garou-Garou. La sera, all’ora di lasciare il ministero, fu oggetto di interminabili scherzi da parte dei suoi amici e la vita gli sembrava meno bella. 
Pochi giorni dopo, Garou-Garou si fece pizzicare da una pattuglia notturna in una gioielleria in rue de la Paix. Aveva apposto la sua firma sul banco cassa e s’era messo a cantare una canzone conviviale e a fracassare diverse vetrine con l’aiuto di un calice in oro massiccio. Sarebbe stato facile per lui sprofondare in un muro e sfuggire alla pattuglia, ma tutto fa pensare che volesse essere arrestato e probabilmente al solo scopo di confondere i suoi colleghi, la cui incredulità l’aveva mortificato. Questi, in effetti, rimasero molto sorpresi quando i giornali del giorno dopo pubblicarono in prima pagina la fotografia di Dutilleul. Si pentirono amaramente di aver ignorato il loro geniale amico e gli resero omaggio lasciandosi crescere una barbetta. Alcuni, trascinati dal rimorso e dall’ammirazione, tentarono di esercitarsi sul portafoglio o sull’orologio di famiglia dei propri amici e conoscenti. 
Senza dubbio si giudicherà che, il fatto di essersi lasciato catturare dalla polizia per stupire qualche collega, testimoni una grande leggerezza, indegna di un uomo eccezionale, ma la ragione apparente della volontà è poca cosa in una tale decisione. Rinunciando alla libertà, Dutilleul credeva di cedere ad un orgoglioso desiderio di rivincita, quando in realtà scivolava semplicemente sul pendio del suo destino. Per un uomo che passa attraverso i muri, non vi può essere una carriera veramente brillante se non ha assaggiato almeno una volta la prigione. Quando Dutilleul penetrò nei locali della Santé, ebbe l’impressione di essere rovinato dalla sorte. La consistenza dei muri era per lui una vera delizia. L’indomani stesso della sua incarcerazione, le guardie scoprirono con stupore che il prigioniero aveva piantato un chiodo nel muro della sua cella e vi aveva appeso un orologio d’oro appartenente al direttore del carcere. Egli non poté o non volle rivelare come questo oggetto fosse entrato in suo possesso. L’orologio fu restituito al suo proprietario, e il giorno dopo ritrovarono al capezzale di Garou-Garou il primo volume dei Trois Mousquetaires, preso in prestito dalla biblioteca del direttore. Il personale della Santé era indaffaratissimo . Le guardie si lamentavano inoltre di ricevere dei calci nel sedere la cui provenienza era inspiegabile. Sembrava che le mura avessero non più orecchie ma piedi. La detenzione di Garou-Garou durava già da una settimana, quando il direttore della Santé, entrando una mattina nel suo ufficio, trovò sulla sua scrivania la seguente lettera: 
«Signor Direttore. In riferimento al nostro colloquio del 17 corrente e, per la cronaca, alle vostre istruzioni generali del 15 maggio dello scorso anno, ho l’onore di informarla che ho appena finito di leggere il secondo volume dei Trois Mousquetaires e che conto di fuggire questa notte tra le undici e venticinque e le undici e trentacinque. La prego, signor direttore, di accettare l’espressione del mio profondo rispetto. Garou-Garou». 
Nonostante l’attenta sorveglianza di cui fu oggetto quella notte, Dutilleul evase alle undici e trenta. La notizia, appresa dal pubblico la mattina seguente, suscitò ovunque un grande entusiasmo. Tuttavia, dopo aver fatto una nuova rapina che portò al culmine la sua popolarità, Dutilleul sembrava poco preoccupato di nascondersi e circolava per Montmartre senza alcuna precauzione. Tre giorni dopo la sua evasione venne arrestato un po’ prima di mezzogiorno al Café du Rêve in rue Caulaincourt, nel momento in cui stava bevendo un vino bianco al limone con degli amici. 
Ricondotto alla Santé e chiuso con triplo catenaccio in una segreta buia, Garou-Garou fuggì la sera stessa ed andò a dormire nella camera degli ospiti dell’appartamento del direttore. Il mattino seguente, verso le nove, suonò alla domestica per avere la sua colazione e si lasciò prelevare dal letto dalle guardie allertate senza opporre resistenza. Indignato, il direttore stabilì un posto di guardia davanti la porta della sua cella e lo mise a pane secco. Intorno a mezzogiorno il prigioniero pranzò in un ristorante vicino alla prigione e, dopo aver bevuto il caffè, telefonò al direttore. 
– Pronto! Signor direttore, sono confuso, al momento di uscire ho dimenticato di prendere il suo portafoglio, quindi mi trovo giù al ristorante nei pasticci. Vorreste farmi la gentilezza di mandare qualcuno a pagare il conto? 
Il direttore in persona accorse e cominciò a proferire minacce e insulti. Colpito nel suo orgoglio, Dutilleul evase la notte successiva per non tornare mai più. Questa volta prese la precauzione di radersi la barbetta nera e sostituire lo stringinaso a catenella con degli occhiali in tartaruga. Un berretto sportivo e un vestito a quadri grandi con calzoni alla zuava ultimarono la trasformazione. Si stabilì in un piccolo appartamento di avenue Junot dove, prima del suo primo arresto, aveva fatto trasportare una parte del suo mobilio e gli oggetti a cui teneva di più. Il clamore della sua fama cominciava ad abbandonarlo e, dopo il soggiorno alla Santé, era un po’ disincantato sul piacere di passare attraverso i muri. I più spessi e superbi ora gli sembravano dei semplici paraventi, e sognava di conficcarsi nel cuore di una massiccia piramide. Mentre maturava il progetto di un viaggio in Egitto, conduceva una vita tranquilla, divisa tra la sua collezione di francobolli, film e lunghe passeggiate attraverso Montmartre. La sua metamorfosi era così completa che, sbarbato e con occhiali di tartaruga, passò accanto ai suoi migliori amici senza essere riconosciuto. Solo il pittore Gen Paul , al quale nulla poteva sfuggire di un cambiamento intervenuto nella fisionomia di un vecchio abitante del quartiere, aveva finito per riconoscere la sua vera identità. Una mattina che si trovò faccia a faccia con Dutilleul all’angolo di rue de l’Abreuvoir , non poté non dirgli nel suo rude gergo : 
– Dis donc, je vois que tu t’es miché en gigolpince pour tétarer ceux de la sûrepige – che nel linguaggio volgare significa pressappoco: – Ehi, vedo che ti sei travestito elegantemente per confondere gli ispettori della Pubblica Sicurezza. 
– Ah! Ah!, mormorò Dutilleul, mi hai riconosciuto! 
Ne rimase turbato e decise di affrettare la sua partenza per l’Egitto. Fu nel pomeriggio di quello stesso giorno che si innamorò di una bella bionda incontrata due volte a distanza di un quarto d’ora a rue Lepic. Dimenticò la sua collezione di francobolli, l’Egitto e le Piramidi. Da parte sua la bionda l’aveva guardato con grande interesse. Non vi è nulla che parli alla fantasia delle giovani donne di oggi come dei calzoni alla zuava e un paio di occhiali in tartaruga. Questo odora di regista e fa sognare cocktails e notti californiane. Purtroppo, Dutilleul ne fu informato da Gen Paul, la bella era sposata con un uomo violento e geloso. Questo marito sospettoso, che si dava alla pazza gioia, abbandonava la moglie regolarmente tra le dieci della sera e le quattro del mattino. Ma prima di partire prendeva la precauzione di chiuderla nella sua camera, due giri di chiave alla porta e tutte le persiane chiuse con il lucchetto. Durante il giorno la sorvegliava da vicino arrivando persino a seguirla per le strade di Montmartre. 
– Sempre a sorvegliare. Fa parte della natura di un grosso delinquente non voler essere scippato del suo amorino . 
Ma l’avvertimento di Gen Paul riuscì solo ad infiammare Dutilleul. Il giorno dopo, incrociando la giovane donna in rue Tholozé, osò seguirla in una latteria e, mentre essa aspettava il suo turno per essere servita, le disse rispettosamente che l’amava e che sapeva tutto: il marito malvagio, la porta e le persiane chiuse a chiave, ma che sarebbe stato la sera stessa nella sua camera. La bionda arrossì, la brocca di latte le tremò tra le mani e, gli occhi umidi di tenerezza, sospirò debolmente: «Ahimè! Signore, è impossibile». 
La sera di quel giorno radioso, verso le dieci, Dutilleul era di guardia in rue Norvins e guardava un robusto muro di recinzione, dietro il quale si trovava una piccola casa di cui scorgeva la banderuola e il camino. Una porta si aprì in quel muro e un uomo, dopo averla accuratamente chiusa alle sue spalle, discese in direzione di avenue Junot. Dutilleul attese di vederlo scomparire, molto lontano, alla svolta della discesa e contò ancora fino a dieci. Poi con uno slancio entrò nel muro con passo ginnico, e sempre correndo attraverso degli ostacoli, penetrò nella camera da letto della bella reclusa. Ella lo accolse con entusiasmo e si amarono fino a tarda ora. 
Il giorno successivo, Dutilleul ebbe il fastidio di soffrire di un forte mal di testa. La cosa era irrilevante ed egli non voleva, per così poco, mancare al suo appuntamento. Avendo accidentalmente scoperto delle pillole sparse nel fondo di un cassetto, ne ingoiò una al mattino e una il pomeriggio. La sera il suo mal di testa era sopportabile e l’eccitazione glielo fece dimenticare. La giovane donna lo aspettava con tutta l’impazienza che avevano fatto nascere in lei i ricordi della veglia precedente, e quella notte si amarono fino alle tre del mattino. Quando se ne andò, Dutilleul, attraversando le pareti della casa, ebbe l’impressione di un attrito insolito ai fianchi e alle spalle. Tuttavia, non credette di doverci prestare attenzione. Accadde che penetrando nel muro di cinta provò chiaramente una sensazione di resistenza. Gli sembrava di muoversi in una materia ancora fluida, ma che diventava pastosa e prendeva una maggiore consistenza a ciascuno dei suoi sforzi. Essendo riuscito a sistemarsi completamente nello spessore del muro, si rese conto che non si muoveva più e ricordò con terrore le due pillole che aveva ingerito durante la giornata. Quelle pasticche, che egli aveva creduto di aspirina, contenevano in realtà della polvere di ‘pirette’ tetravalente prescritta dal medico l’anno precedente. L’effetto di questo farmaco in aggiunta al suo sovraffaticamento si manifestò in modo repentino. 
Dutilleul era come congelato dentro le mura. È ancora lì, incorporato nella pietra. I nottambuli che discendono per rue Norvins nell’ora in cui il frastuono di Parigi si è acquietato, sentono una voce soffocata che sembra provenire dall’oltretomba e la scambiano per il lamento del vento sibilante al crocevia della Butte. È Garou-Garou Dutilleul che lamenta la fine della sua gloriosa carriera e il rimpianto di amori troppo brevi. Alcune notti d’inverno accade che il pittore Gen Paul, con la sua chitarra si avventuri nella solitudine silenziosa della rue Norvins per consolare con una canzone il povero prigioniero, e le note, involandosi dalle sue dita intorpidite, penetrano nel cuore della pietra come gocce di chiaro di luna. 

L’autore: 
Marcel Aymé (1902-1967), scrittore francese, autore di romanzi, novelle, racconti per ragazzi e commedie. Le passe-muraille, Gallimard 1943, è una raccolta di dieci novelle per lo più ambientate nel quartiere parigino di Montmartre. Una traduzione italiana con il titolo Il passamura è stata curata da Arianna Benenati, Biblioteca del Vascello 1994 e 2002. 

Film: 
Titolo originale: Garou-Garou, Le passe-muraille. 
Regia: Jean Boyer 

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